Crescita zero, moneta in caduta libera e interessi sul debito a 10 anni ai massimi livelli dalla crisi finanziaria del 2008. È questo il biglietto da visita col quale il governo di Keith Starmer si presenta ai cittadini britannici con la prima manovra economica laburista dopo la vittoria schiacciante alle elezioni dello scorso luglio.
Fosse successo all’Italia avremmo già i giornali europei pronti a pronosticare la data di default del nostro Paese, ma anche se per ora i media stanno ignorando la questione gli investitori internazionali sembrano averla presa molto sul serio.
La combinazione di eventi globali, come l’impatto delle politiche statunitensi non appena Trump avrà ripreso il suo posto nell’Ufficio ovale e le prospettive di una nuova ondata di inflazione globale si somma a debolezze interne profondamente radicate e alla totale incapacità del nuovo esecutivo di affrontarle. L’uscita dall’Unione Europea ha segnato la perdita di un intero modello economico e anche se sono passati ormai cinque anni dal divorzio non si è ancora riusciti a trovare un modello alternativo che consenta al paese di prospetare nel suo “splendido isolamento”. E persino la tanto celebrata City di Londra, un tempo cuore pulsante della finanza globale, appare in affanno, incapace di generare benefici tangibili per il resto del Paese.
Uno dei principali problemi riguarda il crescente costo del debito pubblico. Il rendimento dei titoli di Stato decennali ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 2008, aumentando significativamente il peso del servizio del debito sulle finanze pubbliche. La cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves – che aveva annunciato un vigoroso e populista piano di aumento delle tasse per 50 miliardi di euro assieme ad aumenti a pioggia per tutti i settori pubblici – sembra già costretta a tornare sui suoi passi se non vuole correre il rischio di compromettere i servizi essenziali come il sistema sanitario e l’istruzione.
I problemi strutturali del Regno Unito amplificano questa crisi. da un lato l’abbandono dell’Ue e il conseguente mancato accesso al mercato unico hanno aumentato costi di approvvigionamento e la percentuale dell’export, dall’altro non si è riusciti a creare un ambiente più favorevole ad attrarre i capitali stranieri, che continuano a essere calamitati quasi tutti – per quanto riguarda il mondo occidentale almeno – dagli Stati Uniti. Il risultato è una spirale di alta inflazione e decrescita che potrebbe trascinare il paese in una crisi come non la si vedeva dalla metà degli anni Settanta.
La situazione è ulteriormente complicata dalla percezione, ormai diffusa tra gli investitori, che il governo britannico manchi di una visione chiara e credibile per il futuro. Il modello economico post-Brexit si dimostra insostenibile, maa questo punto una semplice riconnessione con l’UE – hce comunque richiederebbe anni e una volontà popolare che non sembra così evidente – non basterebbe a risolvere il problema. La frammentazione politica interna e l’incapacità di affrontare riforme profonde — che includano il sistema giudiziario, la pubblica amministrazione e il welfare — continuano a pesare.
Male per tutti dunque? Per l’Italia forse no. Volendo essere cinici (e pratici), di fronte a questo disastro per il nostro Paese si apre qualche opportunità interessante. Considerando che anche la Germania – costretta a tornare alle urne a febbraio – e la Francia – che non riesce a dotarsi di un governo stabile – si trovano in profonda crisi, è innegabile che Giorgia Meloni si trovi in una condizione eccezionale per garantire a Roma un ruolo di guida nel processo di ristrutturazione del progetto europeo e nei rapporti con gli Stati Uniti, dove Donald Trump potrebbe diventare un vero alleato grazie alle evidenti similarità di vedute con la gran parte del nostro governo.
Se vuole, la Meloni può davvero ritagliarsi quel ruolo di statista che decine di capi del governo italiani hanno accarezzato negli ultimi decenni senza mai riuscire a raggiungere.



