MPS su Mediobanca: Davide catturerà Golia?

domenica, 26 Gennaio 2025
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Un colosso bancario nazionale con oltre sei milioni di clienti e un’ampia diversificazione di competenze, un vero terzo polo accanto ai giganti Intesa e Unicredit. Questa diventerebbe Monte dei Paschi di Siena se il tentativo di Opa su Mediobanca andasse a segno. Per alcuni una risposta strategica al consolidamento del sistema bancario italiano, per altri un tentativo dalla dubbia logica industriale con pesanti implicazioni politiche. Vediamo di capirci qualcosa.

Un’operazione benedetta dal governo

La politica innanzitutto. Il ruolo del governo in questa operazione non può essere sottovalutato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze è tuttora il principale azionista di MPS con una quota dell’11,7%, frutto del salvataggio pubblico del 2017. In via XX Settembre hanno già espresso un sostanziale via libera al progetto, definendolo una mossa di libero mercato per rafforzare il sistema bancario nazionale. La fusione rappresenta un tentativo di costruire un polo bancario e assicurativo a trazione italiana, in grado di contrastare l’avanzata di gruppi stranieri, in particolare francesi. Non è un caso che Mediobanca, storica roccaforte della finanza tricolore, sia vista come un asset strategico per la tutela dell’indipendenza economica del Paese, soprattutto in un momento in cui Generali, controllata da Mediobanca, si trova al centro di un possibile accordo con i francesi di Natixis. Insomma, un’operazione del genere sarebbe perfettamente coerente con l’impostazione di “sovranismo pragmatico” che la Meloni ha dato al suo esecutivo.

Delfin e Caltagirone: il peso degli azionisti privati

Un ruolo cruciale nell’esito dell’operazione spetta a Delfin e Caltagirone, due colossi imprenditoriali italiani che detengono quote significative sia in Mediobanca (27,6%) che in MPS (15%). La loro posizione è destinata a essere determinante, considerando che l’OPA prevede uno scambio azionario con un premio del 5%, un incentivo che appare insufficiente per attrarre i mercati. Mentre i due azionisti potrebbero vedere nell’operazione un’opportunità per consolidare la loro influenza, il rischio è che il progetto si scontri con la diffidenza del consiglio di amministrazione di Mediobanca e di una parte dei suoi azionisti, nonché con il giudizio critico degli analisti.

Illusione ottica o strategia lungimirante?

Impossibile resistere alla tentazione di fare un parallelo tra questa operazione e l’acquisizione di Chrysler da parte di Fiat nel 2008. Come allora, l’idea che un istituto di dimensioni modeste come MPS possa “comprare” un colosso come Mediobanca sembra più una manovra politica che una reale strategia di mercato. Gli analisti sottolineano come le due banche abbiano modelli di business diversi: da una parte, MPS con una forte presenza territoriale e un passato recente segnato da difficoltà finanziarie; dall’altra, Mediobanca, leader nella consulenza finanziaria e nella gestione dei grandi patrimoni. La diversificazione potrebbe rappresentare un punto di forza per il nuovo gruppo, ma la mancanza di sinergie operative rischia di vanificare i benefici attesi. Inoltre, l’andamento dei titoli in Borsa – con Mediobanca in rialzo del 7,7% e MPS in calo del 6,9% – evidenzia le perplessità degli investitori.

Il governo Meloni punta a utilizzare il golden power per preservare l’italianità delle banche strategiche, ma l’assenza di un sostegno altrettanto deciso ad altri progetti, come il tentativo di Unicredit di scalare Commerzbank, solleva interrogativi sulla coerenza di questa strategia.

Rimane da vedere se questa fusione sarà in grado di rafforzare realmente il sistema bancario italiano o se si rivelerà un tentativo velleitario destinato a un veloce fallimento. In ogni caso, il messaggio è chiaro: per l’Italia ingrandirsi e mantenere indipendenti le sue realtà imprenditoriali più grandi è un imperativo. Vedremo se i nostri leader – politici e non – saranno in grado di riuscire nell’impresa.

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