In Europa falce e martello equiparata alla svastica. E il Pd schiuma

venerdì, 31 Gennaio 2025
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Fanno i saputelli con Giorgia Meloni e FdI, ma, oggi in Italia, quelli  che hanno ancora problemi con la storia sono proprio Elly Schlein e il Pd. Quando la sinistra chiede radicali abiure alla destra, non fa altro, in fondo, che proiettare sull’avversario i suoi stessi blocchi psicologici riguardo al passato. Parliamo ovviamente del passato del comunismo sovietico, che gli eredi del Pci hanno sostanzialmente rimosso, senza però averlo mai realmente metabolizzato e archiviato.

È una contraddizione silenziosa e apparentemente inavvertita, ma esiste. E ogni tanto si rivela, come è successo qualche giorno fa al Parlamento europeo. Si doveva votare una mozione nella quale si deplora il «continuo utilizzo negli spazi pubblici di simboli dei regimi totalitari» e si chiede di «vietare, all’interno dell’Unione, l’uso dei simboli nazisti e comunisti sovietici, così come dei simboli dell’attuale aggressione russa contro l’Ucraina». Questa mozione contiene in pratica l’equiparazione tra la svastica e la falce e martello. Be’, gli eurodeputati del Pd sono stati gli unici a votare contro, dissociandosi anche dagli altri componenti del loro stesso gruppo dei Socialisti e dei Democratici. Mai e poi mai, per i compagni della Schlein a Strasburgo, il simbolo del nazismo può essere messo sullo stesso piano di quello del comunismo.

Alla fine, la  mozione è passata e, attraverso i loro rispettivi emblemi, nazismo e comunismo sono equiparati nella negatività. Si tratta di un risultato che non è esagerato definire storico, perché, fino ad  oggi, il pensiero prevalente in Europa era che il male assoluto era solo uno, il nazismo. Ora invece ce ne sono due. E non è cosa da poco. Perché viene dismessa la vecchia rappresentazione ideologica, cara a certa cultura egemone in Europa, secondo la quale il “diavolo totalitario” stava tutto da una parte. In tale prospettiva, il comunismo era un totalitarismo di serie B, una sorta di “male minore” giustificato dalle circostanze. Questo equivoco è finito. E la cosa  non va evidentemente giù agli europarlamentari piddini, che si sono opposti strenuamente, fino al punto da creare un spaccatura dentro il loro stesso gruppo parlamentare a Strasburgo.

Interessante no? Un berlusconiano doc direbbe che ci troviamo di fronte all’ennesima dimostrazione che, sotto sotto, quelli del Pd sono rimasti “comunisti”. Ma sarebbe una conclusione un po’ grossolana. Diciamo che la questione è un po’ più  complessa e discende da un limite ideologico che la  sinistra italiana postcomunista non è ancora riuscita a superare.

Di cosa si tratta? Di quel sofferto rapporto con la storia che il Pd ha ereditato dalle formazioni che l’hanno preceduto, il Pds prima e i Ds poi. Tutto nasce dal fatto che quelli del Pci dovettero cambiare nome al partito e dire addio all’ideologia comunista in modo “coatto” . Il leader Achille Occhetto e tutta la classe dirigente di Botteghe Oscure furono infatti  “costretti” a compiere quel passo grave e impegnativo perché il comunismo aveva dichiarato fallimento e non aveva quindi più senso continuare a richiamarsi a un’ideologia in via di liquidazione. Ciò avvenne, come è noto, nel 1989, a seguito della caduta del Muro di Berlino.

Poi, certo, i comunisti italiani della fine degli anni Ottanta non erano più quelli del dopoguerra, i quali  inneggiavano compatti a Josif Stalin e all’Unione sovietica. Era gente, quella dell’ultima generazione comunista,  che aveva sperimentato i vantaggi dell’economia di mercato, con il Pci che, oltre a essere un partito, era anche il cuore di una holding di imprese. Celebre e divertente fu in proposito una battuta di Giorgio Bocca, secondo il quale, per i dirigenti delle coop rosse, il socialismo non era altro che il “capitalismo gestito da noi”. È un po’, se vogliamo, quello che succede oggi nella Cina di Xi Jinping.

Però una vera e propria revisione ideologica del Pci non è mai avvenuta. Il marxismo-leninismo è rimasto sempre al centro della cultura politica di Botteghe Oscure, anche se più come richiamo mitico-simbolico che come criterio politico. Ma è comunque rimasto. E, quando cadde il Muro, per i comunisti italiani fu un vero trauma, che i dirigenti e i militanti affrontarono mandando in soffitta la loro vecchia identità e inventandosene una nuova: da allora in poi decisero di chiamarsi “Partito democratico della sinistra”. Un tipico processo di rimozione, appunto.

I dirigenti delle generazioni post-Muro non hanno affrontato questo problema. Hanno cioè evitato di porre in seria discussione le scelte dei loro predecessori. Ancora oggi, se provate a chiedere a un qualsiasi dirigente dem perché il Pci, neanche con Enrico Berlinguer, riuscì a compiere la sua Bad Godesberg (la decisa mutazione ideologica portata a termine negli anni Cinquanta del Novecento socialisti tedeschi), vi risponderanno in modo vago, reticente, se non addirittura irritato. Di qui l’abitudine a coniugare solo al singolare (cioè nella forma del nazismo)  il concetto di totalitarismo. Di qui anche la reticenza ad analizzare le dinamiche perverse del fanatismo comunista.

Ora però che l’Europa ha definitivamente recepito l’idea che comunismo e nazismo pari sono, i compagni della Schlein non possono più giocare sull’equivoco. Ciò significa che dovranno pensarci bene prima di alzare il ditino da primi della classe contro il passato della destra. D’ora in avanti potrebbe fatalmente rivelarsi un boomerang. L’egemonia culturale in Europa non è più cosa loro. 

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