Ergastolo Impagnatiello: le ragioni della sentenza

lunedì, 17 Febbraio 2025
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Impagnatiello ha manifestato “scarsa resipiscenza per il fatto commesso, tentando altresì di attenuare la propria responsabilità, negando di avere teso un agguato alla compagna e di averla aggredita appena entrata in casa”. Inoltre il 31enne ha agito “ridimensionando le pregresse condotte di avvelenamento e riconducendole dal punto di vista temporale all’ultimo mese di gravidanza, mentre i medici legali hanno precisato come dall’esame del capello della persona offesa risultasse evidente come l’avvelenamento fosse ben più risalente nel tempo; offrendo spiegazioni incongrue in ordine alla relazione sentimentale parallela” con l’amante.
Queste le ragioni che hanno portato la Corte d’Assise di Milano a condannare all’ergastolo il 25 novembre Alessandro Impagnatiello, con l’accusa di omicidio pluriaggravato della fidanzata Giulia Tramontano, incinta di sette mesi, che ha ucciso con 37 coltellate.
La corte ha riconosciuto le aggravanti del vincolo sentimentale, della premeditazione di quasi 6 mesi del delitto e della crudeltà, condannando Impagnatiello anche per il procurato aborto e l’occultamento di cadavere.
“Nell’intervallo temporale di quasi sei mesi, da quel 12 dicembre (in cui per la prima volta ha abbozzato l’idea di uccidere la compagna) al successivo 27 maggio (in cui l’ha effettivamente uccisa) – hanno scritto i giudici della Corte d’Assise -, l’imputato non ha più abbandonato quel proposito criminoso; anzi lo ha fatto crescere e maturare dentro di sé, mentre in via parallela e speculare si intensificava e si consolidava la relazione segreta con l’amante”.
Si tratta di una tesi supportata sin dall’inizio delle indagini dal procuratore aggiunto Letizia Mannella e dal pm Alessia Menegazzo.
Per quanto concerne l’aggravante della crudeltà, i giudici sostengono che “l’esame delle modalità complessive dell’azione consente di affermare che quello che emerge e connota di particolare disvalore la condotta, e la qualifica come manifestazione di efferatezza, non sono soltanto i 37 fendenti inferti sul corpo della vittima, ma il fatto che ben 11 di essi di essi siano stati inferti allorché la vittima era ancora viva, nonché il fatto che la stessa fosse in stato avanzato di gravidanza, e portasse in grembo il figlio dello stesso reo”.
Secondo i giudici, l’avvenuto incontro tra Giulia Tramontano e l’amante il 27 maggio 2023 “ha determinatouna svolta nella vita” di Alessandro Impagnatiello. Ciò perché ha decretato la maturazione del delitto che è  avvenuta proprio quando “l’imputato ha compreso che il castello di bugie con le quali aveva tenute entrambe le donne in scacco sulla fantomatica scacchiera narrata ai consulenti e ai periti che in carcere lo hanno visitato, era crollato”.  Inoltre Impagnatiello “era diventato lo zimbello di tutti i colleghi del bar Armani (per il quale lavorava) già informati da almeno una settimana della vicenda – circostanza, questa, che aveva provocato in lui una ferita narcisistica che aveva scosso le sue certezze dalle fondamenta -; che l’amante era perduta per sempre; che Giulia stava per lasciarlo, insieme con il bambino che portava in grembo e che probabilmente, secondo quanto la compagna aveva minacciato scrivendogli nella chat in atti, egli non avrebbe più visto”.
Per queste ragioni, i magistrati ritengono che “proprio questa svolta lo ha determinato ad abbandonare il modus operandi subdolo, insidioso e prudente, utilizzato nei mesi precedenti attraverso le successive condotte di avvelenamento progressivamente ingravescenti poste in essere ai danni della compagna, e ad imprimere una accelerazione ed una immediata e franca esecuzione del proposito criminoso maturato nel dicembre 2022 e mai abbandonato”.

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