Liscia il cane per il padrone? La favola di Trump, Putin e… la Cina

venerdì, 21 Febbraio 2025
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C’era una volta l’America che difendeva il mondo libero (o si dipingeva così), che si ergeva (questo sempre) a baluardo contro le mire espansionistiche di Mosca. Poi arriva Donald Trump, il presidente che ha fatto dell’imprevedibilità il suo marchio di fabbrica e della diplomazia un esercizio di business (pago, quindi decido), più che di strategia geopolitica. Ora rientra in scena (con prepotenza), con simpatie non troppo nascoste per gli uomini forti del Cremlino. In sole 48 ore gli europei sono all’angolo, schiacciati da un pragmatismo feroce a cui non erano più abituati. Scegliere velocemente, agire, controbattere? Nulla, l’Europa ha partorito due summit flop.

L’ultima telefonata tra Trump e Putin ha scatenato un’ondata di euforia tra i media russi. Alexander Dugin, l’ideologo dell’eurasiatismo, ha esultato: per lui, la conversazione tra i due leader è il segnale che la globalizzazione è al tramonto, che il mondo unipolare è un vecchio ricordo, e che la Russia ha davanti a sé un’autostrada per espandere la propria influenza. Una lettura che non sorprende, perché Mosca ha sempre visto Trump come un cavallo di Troia dentro l’Occidente, un leader incline più a demolire che a costruire, più a inseguire accordi commerciali vantaggiosi che a difendere l’alleanza atlantica.

Che questa nuova sintonia tra Washington e Mosca sia una manovra per indebolire l’Unione Europea è una certezza, inoltre questo nuovo asse è creato in funzione anti Cina. Da quando Trump è entrato in politica, l’Europa è diventata il suo bersaglio preferito. L’ha insultata, snobbata, ha incoraggiato la Brexit, ha flirtato con i leader sovranisti, ha messo in discussione la NATO. Il messaggio è chiaro: Bruxelles dovrà cavarsela da sola. Gli europei in questi quattro anni non hanno fatto nulla, non si sono mossi. Hanno continuato discussioni da “basso impero”: green, patto di stabilità, vincoli. Nulla di nuovo in un mondo cambiato a 360 gradi.

Ma la partita è più grande di una semplice ritorsione contro gli ottusi burocrati europei. Se l’America di Trump decide di ritirarsi dai vecchi equilibri internazionali, il vuoto verrà riempito da altri. E questi altri si chiamano Russia e Cina, due potenze che da tempo lavorano per ridisegnare il mondo a loro immagine e somiglianza. Per Putin, il sogno è quello di un’Europa divisa come durante il Muro. Siamo l’idea di essere isolati e fragili, incapaci di opporsi realmente, senza deterrenza militare. Siamo bravi nelle chiacchiere, da oggi non basta più. Per Pechino, è l’occasione per scalzare definitivamente Washington dal trono economico globale, facendo dell’Europa un feudo.

L’ Europa rischia di rimanere impantanata nella sua eterna indecisione, prigioniera di burocrazie lente, di governi incerti e di un’unità più di facciata che di sostanza. Ma stavolta il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto. La guerra in Ucraina non è un conflitto locale, ma un test sulla capacità del continente di difendere se stesso. Se cede su questo fronte, cede su tutto. E Trump, con le sue telefonate ammiccanti a Mosca, non fa che accelerare il processo, conscio che gli europei parlano senza poi dare seguito. Lo sa Mosca. Lo sa Pechino. La fine della globalizzazione porterà USA e Russia da una parte, Cina dall’altra. L’Europa non deve scegliere ma essere alternativa, la Francia dovrebbe rinunciare al seggio permanente all’Onu e trasformarlo in “seggio Ue”. Sarebbe un piccolo grande passo per iniziare a dire qualcosa. L’alternativa è la spartizione, l’Europa Occidentale nella NATO, quella orientale a rischio influenza completa di Mosca. In mezzo una faglia con la Cina. Un futuro cupo, che questa governance europea senza lungimiranza non ha compreso.

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