Germania verso un governo Cdu-Spd. Ecco i punti critici

lunedì, 24 Febbraio 2025
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La Germania torna alla Grosse Koalition tra Cdu e Spd. Il cancelliere in pectore Friedrich Merz scaccia l’incubo della coalizione a tre (inserimento dei Verdi). Ne sarebbe nato un governo ibrido, debole e costantemente sull’orlo di una crisi di nervi, quanto di meno augurabile per un Paese in cerca di riconquistare il peso politico che gli spetta in Europa e in Occidente (almeno per quello che significa ancora quest’ultimo termine).

Ora il capo della Cdu avrà invece un solo interlocutore, già peraltro rodato da lungo tempo nella pratica del governo. A consentire questa soluzione è la legge elettorale tedesca con lo sbarramento al 5%. Il fatto che dopo queste elezioni siano cinque i partiti rappresentati in Parlamento (Cdu, AfD, Spd, Verdi e Die Linke) consente alla maggioranza della Grosse Koalition di poter contare su almeno 13 seggi in più al Bundestag. Diverso sarebbe stato il caso in cui avesse raggiunto il quorum il partito “rosso-bruno” guidato da Sahra Wagenknech, cioè i populisti di sinistra di Bsw, come a un certo punto si stava profilando ieri sera. A quel punto, Cdu e Spd non avrebbero avuto i seggi necessari a formare un governo e sarebbe stato inevitabile aprire ai Verdi. Invece, dopo il conteggio dell’ultima scheda, i seguaci di Sahra si sono fermati al 4,97% e per un pelo non ce l’hanno fatta.

Qualcuno a questo punto si chiederà come mai, tra tutte le soluzioni possibili, è esclusa quella più logica: l’incontro tra i due veri vincitori di queste elezioni e cioè la Cdu e AfD, la cui leader, Alice Weigel, è la star mediatica di questi giorni. Quello che però è conforme alla logica non lo altrettanto alla politica. Intorno ad “Alternative” è stato infatti steso una sorta di  “cordone sanitario” e ogni alleanza con i sovranisti germanici (accusati di essere di fatto neonazisti) è scartata in partenza. Questo non significa però che AfD non avrà peso politico e che i cristiano-democratici non possano in qualche caso giocare di sponda con l’estrema destra in parlamento. Weigel ha detto ieri sera che i suoi sono «pronti a governare». La leader di AfD dimostra in sostanza di guardare lontano e di non avare fretta. Ciò che non è possibile oggi, potrebbe esserlo domani. E neanche tanto al di là nel tempo.

Tornando all’oggi, non c’è dubbio che Friedrich Merz tiri un sospiro di sollievo. Il prossimo cancelliere  non si ritroverà infatti tra i piedi né quegli irriducibili pacifisti-ecologisti dei Verdi né quei piantagrane dei liberali di Christian Lindner, anch’essi rimasti fuori dal Bundestag.

Questo non significa però che per l’aspirante capo del governo sarà semplice formare il suo esecutivo. I socialdemocratici si sono regolarmente dissanguati in passato nel sostegno dei vari governi presieduti da Angela Merkel. L’appoggio alle politiche di rigore ha allontanato dall’Spd l’elettorato popolare e di sinistra.

È presumibile quindi che i socialdemocratici dell’uscente Olaf Scholz vendano cara la  pelle e alzino il prezzo della collaborazione di governo. Tre sono i punti critici: immigrazione, difesa, politica fiscale.

Il meno ostico, per quanto possa apparire strano, è proprio il primo. Il governo Scholz aveva infatti già adottato una politica dura sui migranti e non sarà difficile, per il nuovo governo,  renderla ancora più dura.

Più complessa è invece la questione del riarmo, anche perché collegata alla politica verso Mosca. Nell’Spd c’è infatti una forte corrente “filorussa” o quanto meno pacifista. Non sarà facile farle digerire l’aumento delle spese militari in linea con la nuova ideologia della Nato e dell’Occidente a trazione trumpiana.

Ma dove le trattative per la formazione del nuovo governo potranno risultare più dure sarà nel campo della spesa pubblica. Merz, da bravo allievo di Wolfgang Schäuble, è un rigorista tutto d’un pezzo e quindi uno tendenzialmente contrario all’allentamento dei cordoni della borsa. Si dà però il caso che la necessità di rilanciare l’economia tedesca (penalizzata da due anni di recessione) e di aumentare le spese per gli armamenti richieda politiche fiscali più lasche. È quindi probabile che i socialdemocratici pongano come condizione necessaria per entrare al governo l’allentamento della “Schuldenbremse”, cioè dell’obbligo costituzionale a non superare il deficit del 0,35%. Proprio su questo punto Scholz c’ha rimesso la poltrona perché i liberali di Lindner gli hanno votato contro facendo cadere il suo governo.

Per Merz potrà essere un vero trauma accettare tale condizione. Ma potrebbe anche fare di necessità virtù. In fondo, le politiche riformiste più incisive sono state spesso promosse da leader conservatori. Non per niente, in Germania, il primo mattone dello Stato sociale fu posto da Otto von Bismarck, che di conservatorismo se ne intendeva non poco.

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