È ancora troppo presto per prevedere che sorte avrà il piano ReArm, ma una cosa la possiamo già dire: il progetto di Ursula von der Leyen ha creato un grande paradosso politico. Di che si tratta? Del fatto che l’opposizione al piano annunciata da Elly Schlein ottiene, sì, l’effetto di ricompattare la sinistra (per il no sono schierati anche il M5s e Avs) ma produce anche una spaccatura nel Pd: l’area riformista è scesa sul sentiero di guerra contro la segretaria.
Certi strani effetti si producono normalmente in tempi di accelerazione storica impressa dai processi mondiali. Ed è proprio quello che sta accadendo oggi, con un Occidente che non si sa più che cosa sia, con una Nato che potrebbe essere liquidata dal suo principale azionista (gli Usa), con un’Europa che s’inventa una vocazione “bellicista che va a sovrapporsi alla sua tradizionale mitezza, mettendo con ciò in crisi consolidate certezze e princìpi indiscussi.
Va da sé che l’effetto è tanto più dirompente quanto più si manifesta in un mondo politico alla perenne ricerca di se stesso e della sua identità perduta, come appunto nel caso della sinistra italiana. Qualcuno potrà obiettare che, in fondo, anche la destra (intesa in senso lato) è risultata spaccata dal piano von der Leyen, vista la posizione nettamente contraria assunta da Matteo Salvini, a differenza del deciso assenso (pur con alcuni distinguo) manifestato da Giorgia Meloni e Antonio Tajani. Ma questa divergenza di opinioni, se non produce danni nell’area del governo, risulta invece rovinosa per Elly Schlein: la collocazione europea è un fatto dirimente per una fetta consistente della nomenklatura dem, un ambiente politico che si sente ancora “establishment” e che non vuol sentir parlare di movimentismi o strappi ideologici di sorta.
Tant’è che la polemica scatenata contro la Schlein dalla minoranza interna ha raggiunto toni particolarmente duri. Basterà dure che il vecchio notabile Luigi Zanda è arrivato addirittura a proporre il congresso straordinario del partito, l’unico luogo adatto, a suo giudizio, alla «straordinarietà della fase storica che stiamo vivendo e dunque al bisogno urgente e assolutoper il Pd di darsi una linea chiara sulla politica internazionale ed europea». Ma non meno dure sono le parole lanciate da esponenti emergenti dell’area riformista come Alessandro Alfieri: «Il Pd con quelle posizioni rischia l’isolamento in Europa». Il senatore dem si riferisce al fatto che la posizione della Schlein è in contrasto con quella dei leader del Pse come Pedro Sanchez, Raphael Glucksmann, Olaf Scolz, i quali hanno detto invece sì al piano di riarmo proposto dalla von der Leyen.
A turbare i sonni di Elly è anche il fatto che il punto di riferimento di quest’area dem in fermento è Paolo Gentiloni, l’ex commissario europeo all’Economia che, da quando è rimasto “disoccupato”, rappresenta una vera spina nel fianco per la leader del Pd e che appare in questo momento l’unico capace in prospettiva di sfilarle il partito.
Ma, al di là della sfida per la leadership e delle rivalità personali, questa divisione sul piano ReArm rivela una più profonda spaccatura ideologica dentro il Pd mettendone a nudo la debolezza culturale. Non solo infatti sulla politica di difesa è diviso il partito di Largo del Nazareno, lo è anche sulla linea sociale ed economica. L’abbandono in questi giorni di Annamaria Furlan (lascia il Partito democratico per aderire ad Italia viva) risuona come uno scricchiolio inquietante. Vale la pena ricordare che la Furlan è stata segretario generale della Cisl. «Molto spesso – ha detto la senatrice dissidente – mi sono trovata nel dibattito e nelle scelte che il Pd ha fatto a non condividere alcune impostazioni». La Furlan ha citato, innanzi tutto la questione del salario minimo. «Fissare per legge il minimo salariale rischia di indebolire la contrattazione. Per me sono i contratti nazionali firmati da Cgil Cisl e Uil a definire i minimi salariali». Il messaggio alla Schlein è chiaro quanto urticante: se vuoi realmente acquisire l’autorevolezza necessaria per concorrere, quando sarà, alla premiership del Paese, devi abbandonare le posizioni più demagogiche e formulare proposte economico-sociali più serie e fondate.
Ma la ricerca della ribalta a ogni costo è troppo forte per la “movimentista” Elly. E non riesce mai a dire di no, anche a costo di incorrere in qualche infortunio. Emblematico il caso dell’adesione della leader del Pd alla manifestazione filoeuropea lanciata da Michele Serra: la Schlein scende in piazza con la bandiera Ue proprio mentre dice no alla proposta più forte mai venuta dall’Ue stessa. Niente di peggio della confusione mentale travestita da furbizia.



