Rapporto Fnomceo-Censis: «Migliaia di aggressioni a medici e infermieri, la politica dia risposte»

sabato, 15 Marzo 2025
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sanità

Da santuari del bene comune a luoghi di paura: è questa la metamorfosi subita dagli ospedali in pochi anni. Negli ultimi dodici mesi si sono verificate più di 18mila aggressioni a medici, infermieri e altri operatori sanitari nelle regioni italiane, Sicilia esclusa: sono i numeri inaccettabili che emergono dall’ultimo rapporto Fnomceo-Censis “Centralità del medico e qualità del rapporto con i pazienti per una buona sanità”, presentato a Foggia.

Secondo i promotori dell’indagine, all’indignazione deve seguire l’analisi del senso e delle cause originarie dell’incredibile trasformazione degli ospedali da luoghi quasi sacri della sanità a luoghi della frustrazione e della rabbia per troppi cittadini e della paura per i medici. Quest’ultimi, e con loro infermieri e altri operatori sanitari, diventano nella gran parte dei casi capro espiatorio delle difficoltà evidenti del Servizio sanitario, generate invece dalle scelte di fondo di politica sanitaria per almeno un ventennio. Ecco il primo fattore causale delle aggressioni: i medici, per pazienti e familiari frustrati e disillusi, diventano i responsabili di tutto quel che non funziona nella sanità, solo perché presenti nelle strutture e fisicamente raggiungibili in un determinato momento.

Caccia al medico. Così i medici, da vittime di una crisi sistemica, agli occhi di pazienti e familiari diventano i principali responsabili. Altra causa originaria della frustrazione dei pazienti che, in alcuni casi, si trasforma in rabbia consiste nelle aspettative eccessive che ormai sono riposte nella medicina e nella sanità. L’unico esito considerato accettabile è la guarigione, cioè una risposta assistenziale risolutiva quindi nei casi in cui gli esiti sono diversi scatta l’immediata colpevolizzazione del medico. I dati mostrano l’intensità della pressione che l’attuale situazione esercita sui medici generando, tra le reazioni, una diffusa tentazione di uscire dal Servizio sanitario, optando ad esempio per la sanità di altri paesi. Se le cause delle difficoltà del Servizio sanitario risalgono indietro nel tempo e non sono certo ascrivibili alla responsabilità di un solo governo o di un solo ministro della Salute, la ricerca mostra, attraverso l’evidente convergenza di esperienze e opinioni di cittadini e medici, l’urgenza delle risposte da dare. I risultati del Rapporto si fondano sia su dati provenienti da fonti istituzionali quali Istat e ministero della Salute sia su dati di due indagini, la prima su un campione nazionale rappresentativo di mille cittadini maggiorenni e la seconda su un campione significativo di medici.

Dalle esperienze convergenti di pazienti e medici emerge che per sradicare la violenza sugli operatori sanitari, oltre al pugno di ferro sui responsabili di atti violenti, occorre un massiccio rilancio del Servizio sanitario che allenti la pressione che nel quotidiano la domanda sanitaria dei cittadini esercita su strutture e servizi e che è la prima causa della difficile condizione lavorativa di medici, infermieri e altro personale sanitario. Inoltre, il rilancio del Servizio sanitario è oggi l’obiettivo più desiderato e condiviso dagli italiani, che comunque confermano l’alta fiducia nei medici e l’apprezzamento per la sanità.

I numeri. Sono stati 18.213 gli operatori coinvolti in aggressioni in un anno: il 26% sono state aggressioni fisiche, circa il 68% verbali e il 6% contro la proprietà. Tra gli operatori sanitari coinvolti, il 64% è di genere femminile e il 36% maschile. Il 60% delle aggressioni ha riguardato infermieri, il 15% medici chirurghi, il 12% operatori sociosanitari e il 3% altri come personale non sanitario. Le aggressioni sono state perpetrate nel 69% dei casi da pazienti, nel 28% da parenti, caregiver e nel 3% da una persona non legata a pazienti. Il 78% delle aggressioni ha avuto luogo in ospedali e il 22% nei distretti sanitari del territorio. Riguardo agli ospedali, il Pronto Soccorso catalizza il 35% delle aggressioni, le aree di degenza il 29%, i servizi psichiatrici il 18%, gli ambulatori l’11% e le aree comuni l’8%. Sul territorio, invece, il 34% delle aggressioni si è svolto nei servizi psichiatrici, il 16% negli ambulatori, il 14% nei servizi per le dipendenze, l’8% nei servizi di emergenza e urgenza, quota analoga nelle Rsa e anche negli istituti penitenziari, il 4% nelle case, negli ospedali di comunità e presso il domicilio dei pazienti, il 3% presso gli studi dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. I dati segnalano, oltre ogni ragionevole dubbio, l’elevata esposizione di medici e operatori sanitari all’aggressività e alla violenza.

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