Confronto con Trump, Putin ha già ottenuto un grande risultato…

giovedì, 20 Marzo 2025
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Nelle due ore e mezzo del colloquio telefonico di martedì scorso, Donald Trump e Vladimir Putin non hanno parlato solo della possibile tregua in Ucraina. Hanno toccato anche altri argomenti, come la pace in Medio Oriente, la corsa al nucleare dell’Iran, i rapporti bilaterali, la stabilità geopolitica. 

L’impressione è che la guerra nella ex repubblica sovietica non sia che parte di un più ampio discorso sulla necessità di costruire, se non proprio un ordine mondiale (eventualità che non è più nelle possibilità degli Usa e ancor meno della Russia), quantomeno un meccanismo per disinnescare in anticipo le bombe che possono deflagrare nei rapporti internazionali.

Tutto risulterà naturalmente più facile quando, in un modo o nell’altro, verrà disattivato il grande fattore di tensione e instabilità mondiali rappresentato attualmente dalla guerra in Ucraina. E qui purtroppo l’operazione non si presenta semplice, visti gli stretti margini negoziali mostrati dalla Russia, anche perché Mosca sta vincendo la guerra sul campo  e può quindi trattare da posizioni di forza.

Vedremo quello che accadrà nei prossimi giorni. Un punto però possiamo  fissarlo già  da ora e non riguarda in particolare il conflitto ucraino, quanto piuttosto la nuova fisionomia internazionale della Russia che sta emergendo proprio dal dialogo appena avviato tra Putin e Trump. Di cosa si tratta? Di un risultato molto importante per lo “zar”. E cioè che, con questi colloqui, Washington sta di fatto riconoscendo a Mosca lo status di superpotenza mondiale. E questo risultato emerge appunto dal fatto che i due interlocutori non si confrontano solo sull’Ucraina ma anche su altri temi dell’agenda internazionale.

Non sappiamo, al momento, come andrà a finire, ma, se dovesse essere confermato l’attuale approccio di Trump verso Putin, ci troveremo davanti a una vera e propria svolta nella politica internazionale. Gli Usa, cioè, stanno radicalmente cambiando il modo in cui hanno considerato la Russia negli ultimi trent’anni, grosso modo dalla fine della guerra fredda. Per tutto questo tempo, a seguito soprattutto dello smembramento dell’ex impero sovietico e dello spostamento verso Occidente degli Paesi satelliti dell’Europa orientale, la Federazione russa è stata considerata alla stregua di una potenza regionale, una realtà geopolitica da contenere in vario modo e da tenere comunque lontana dall’Europa occidentale, scongiurando la possibilità che si formasse un inedito addensamento di forza e di potere nella massa terrestre euroasiatica. Come tutte le potenze fondate sulla supremazia marittima, gli Usa operano regolarmente affinché nei continenti non emergano soggetti capaci di contrastarne l’egemonia mondiale.

Ora invece l’America di Trump pare disposta a trattare la Russia di Putin come un “impero” e non più come una nazione, una nazione certo grande e super armata ma un’entità che era in ogni caso da rinchiudere entro i suoi confini.

Con questo non intendiamo certo dire che stiamo tornando al bipolarismo mondiale del tempo della guerra fredda, non foss’altro perché il vero competitor globale dell’America non è la Russia bensì la Cina. Ma è certo che la fisionomia dei rapporti internazionali che sta per emergere potrà essere molto diversa da quell’unilateralismo americano, sempre più stanco e in gran parte fallimentare, che abbiamo visto rappresentato in quest’ultima fase storica.

Perché gli Usa sono arrivati a una simile svolta? Il discorso è lungo. Si può solo dire che l’America di Trump non ha più la forza né la voglia di fare da “centro ordinatore” mondiale, come accaduto dagli anni Novanta del Novecento a oggi. Di qui anche il loro disimpegno dall’Europa e la loro volontà, più volte manifestata ultimamente, di lasciare i vecchi alleati a cavarsela da soli davanti alle correnti di instabilità mondiale, senza più la garanzia automatica del loro (ancora) poderoso ombrello militare.

Diciamo che, per quanto possa apparire paradossale, l’America di Trump è  in realtà, di fatto, un’America assai meno “imperiale” di quella che è stata l’America dei presidenti democratici e del repubblicano guerrafondaio George W. Bush, un caso, quest’ultimo, unico nel suo genere.

Vedremo che tipo di mondo uscirà realmente fuori nei prossimi anni. Certo è però che i toni “bellicisti” di Ursula von der Leyen e di Emmanuel Macron suonano quantomeno inattuali (e velleitari) nel tempo in cui la superpotenza americana dimostra di non avere più voglia di promuovere o alimentare guerre nel mondo.     

 

 

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