Se dazi tu dazio anche io: è guerra fredda?

lunedì, 31 Marzo 2025
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La chiamano “disputa commerciale”, ma è una guerra. E come tutte le guerre moderne, non si combatte con i fucili ma con le tariffe. I dazi sono l’artiglieria leggera delle potenze economiche: si alzano, si abbassano, si usano per colpire, mai per difendere davvero. E nel mezzo, l’Italia — Paese manifatturiero, esportatore, fragile nei rapporti di forza — paga.

Nel 2023 l’export italiano verso gli Stati Uniti ha toccato i 66 miliardi di euro. Di questi, almeno 16 miliardi sono direttamente esposti ai venti di una nuova guerra commerciale. Auto, moda, cibo, meccanica, farmaci: le cinque colonne portanti del nostro made in Italy.

Il comparto auto esporta negli USA per oltre 5,4 miliardi. Non solo le fuoriserie di Modena, ma anche migliaia di officine e fornitori che ruotano attorno alla componentistica. Basta un dazio del 15% e le esportazioni franano, i listini americani saltano, i contratti si bloccano.

La moda italiana vale 9,1 miliardi di export solo verso gli Stati Uniti. Scarpe, borse, cappotti. Aumenti doganali del 10-20% possono rendere fuori mercato tutto ciò che è artigianale, ben fatto, lento da produrre. Il fast fashion internazionale non aspetta: prende spazio, prende margini, prende tutto.

Il cibo è simbolico, ma anche concreto. L’Italia ha venduto nel 2023 quasi 6 miliardi di euro di prodotti alimentari agli USA. Il parmigiano, l’olio, la pasta, il pomodoro: se il prezzo sale del 25% per colpa di una disputa commerciale, la grande distribuzione americana sposta gli ordini. Mutti perde scaffali, De Cecco perde volumi, il consumatore americano trova alternative.

Poi c’è la meccanica fine: compressori, robot industriali, valvole per impianti. Quasi 10 miliardi di esportazioni. Un settore invisibile ai talk show, ma centrale nei numeri. Le aziende di Bologna, Vicenza, Bergamo iniziano a vedere gli ordini slittare, i concorrenti asiatici accelerare.

E i farmaci: l’Italia ha spedito oltre 8 miliardi di euro di prodotti farmaceutici oltreoceano. Se i dazi colpiscono i principi attivi, il farmaco italiano diventa meno conveniente per il sistema sanitario statunitense. E si esce dal gioco.

Confindustria lo dice chiaro: ogni miliardo di export bruciato può significare 15.000 posti di lavoro a rischio. L’Istat stima un potenziale impatto fino a 5 miliardi di PIL in meno se la guerra dei dazi si accende davvero tra UE e USA.

L’Europa prepara la sua lista di prodotti da colpire. Come se rispondere con altri dazi risolvesse qualcosa. Come se due torti commerciali facessero una ragione geopolitica.

In tutto questo, l’Italia resta senza voce. Troppo grande per ignorarla, troppo piccola per imporsi. Le filiere produttive restano appese a trattative che si fanno a Bruxelles e a Washington, tra capi di Stato che usano l’economia come una clava diplomatica.

E alla fine, chi paga? Paga il produttore di valvole di Brescia. Paga il casaro di Parma. Paga il designer di scarpe di Fermo. Paga l’Italia che lavora.

Non è una novità. Ma continua a fare male.

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