Da una parte Ursula, dall’altra Donald: nel bel mezzo del guado c’è Giorgia sempre più pervasa dal «dovrei, ma non voglio», che si traduce nel no secco al muro contro muro con l’altra sponda dell’Atlantico nonostante la scure dei dazi si stia abbattendo sull’economia europea. Il temutissimo “Liberation Day” annunciato da Trump ha messo in fibrillazione le cancellerie del Vecchio Continente, eppure la presidente del Consiglio predica calma con i suoi per evitare reazioni scomposte e pericolose. Per la Meloni bisogna aspettare, e intanto trattare e mediare. Una postura all’insegna del pragmatismo in un momento storico nel quale la premier è costretta, obtorto collo, a barcamenarsi. Non può allontanarsi troppo da Bruxelles, ma non vuole in alcun modo incrinare i rapporti con il primo alleato dell’Italia nonostante l’amico Trump abba inserito anche il nostro Paese nella “sporca quindicina” dei partner Usa con squilibri commerciali.
L’atteggiamento trova concorde il presidente di Confindustria Emanuele Orsini: «Bisogna giocare tutte le carte possibili. L’Europa deve rimanere unita e chiunque ha buoni rapporti con l’amministrazione americana deve attivarli per il bene comune. Bisognerà valutare con molta attenzione i dazi che Trump annuncerà. Per l’Italia il rischio c’è e il nostro Centro Studi sta quantificando l’impatto che sarà imponente. I settori oggi più esposti – dice – sono il farmaceutico, l’alimentare e quello delle macchine per la produzione oltre al tessile-moda. L’Europa ha due imperativi categorici: dialogare con tutti, a cominciare dalla nuova amministrazione americana, ed evitare reazioni di pancia che sono controproducenti».
Quindi acclarata la gravità del momento, che fare? Da settimane Palazzo Chigi aspetta l’invito ufficiale alla Casa Bianca, ma provvidenzialmente è arrivata la notizia che dal 18 al 20 aprile sarà a Roma il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance. Il numero due di Washington si è convertito al cattolicesimo e sarà ricevuto in Vaticano. Se i dazi di Trump colpiranno con particolare durezza la Ue, la premier ne parlerà con Vance per provare ad allentare la morsa senza però cercare la trattativa bilaterale come invece reclama Salvini.
Per Vance, Roma è la meta di un viaggio turistico in occasione della Pasqua, ma il dato importante è che lui abbia chiesto di vedere la premier. Purtroppo la speranza che gli Usa potessero fare eccezioni o calibrare la portata dei dazi si è infranta sulla realtà. Qualche speranza di esenzioni sul vino ancora resiste. Una volta valutato l’effettivo impatto sull’economia, la Meloni intende provare a cambiare lo scenario trattando con l’Amministrazione americana puntando su dialogo e diplomazia in una cornica europea.
In tale scenario, due elementi sono valutati dall’entourage della presidente del Consiglio come aperture di credito: il via libera della commissione Ue alle modifiche sui Cpr in Albania e le dichiarazioni della von der Leyen con le quali ha riconosciuto alla premier un ruolo importante a livello europeo, definendo positivo il fatto che abbia un rapporto diretto con Trump: «Più legami ci sono tra le due sponde dell’Atlantico, meglio è». E mentre Salvini critica la guerra commerciale con gli Usa, l’altro vicepremier, Antonio Tajani, chiarisce che non si deve piegare la testa, ma neanche essere antiamericani.
«La presidente del Consiglio – scrive il Corriere della Sera – resta convinta che l’unica strada per evitare una guerra commerciale, che danneggerebbe gli Stati Uniti e la stessa Europa sia il dialogo. Nessuna vendetta. Imporre tariffe sulle merci che arrivano dagli Usa potrebbe favorire la produzione interna, ma le economie sono interconnesse e procedere a colpi di contro-dazi potrebbe far aumentare l’inflazione, innescare la riduzione del potere di acquisto e costringere la Bce ad alzare i tassi. Tesi che confliggono con la linea della Commissione Ue, dove si studia una risposta uguale e molto dura».
Sui dazi si sta giocando anche una partita molto delicata sulla tenuta della maggioranza, così in un momento delicato l’orizzonte del governo sembra ridursi alla primavera 2026, se non altro per una prima, oggettiva, valutazione dello stato dei fatti, anche alla luce delle elezioni amministrative.



