Dazi di Trump, chi paga il prezzo più alto

giovedì, 3 Aprile 2025
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Venticinque miliardi di dollari. È questa la stima dell’impatto dei nuovi dazi annunciati da Donald Trump, un colpo che rischia di far vacillare l’export italiano. Nella notte il presidente ha rivelato la sua intenzione di colpire con tariffe punitive le importazioni europee, nel quadro di una strategia protezionistica che mira a ridare forza all’industria americana. Nonostante i buoni rapporti tra Meloni e Trump l’Italia non gode di alcun trattamento di favore rispetto al resto della Ue, e per Roma si profila una sfida difficile.

Chi paga il prezzo più alto?

Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti valgono circa 65 miliardi di euro all’anno e comprendono settori chiave come la moda, l’agroalimentare, la meccanica di precisione e l’automotive. Secondo le prime valutazioni i dazi potrebbero colpire duramente il comparto vinicolo, quello del lusso e, soprattutto, la filiera manifatturiera legata alla componentistica industriale.

Uno dei settori più esposti è il Made in Italy alimentare: vino, formaggi, olio d’oliva e pasta sono tra i prodotti più apprezzati dai consumatori americani, ma anche tra quelli più vulnerabili all’inasprimento delle tariffe. Un dazio del 25% potrebbe far lievitare i prezzi al dettaglio, riducendo la competitività dei prodotti italiani e favorendo alternative locali o provenienti da paesi non colpiti dalle nuove misure.

Discorso un po’ diverso per la moda e il lusso. I grandi brand italiani vendono moltissimo negli Stati Uniti, e anche se ci si aspetta di perdere quote a favore di marchi americani se i prezzi dovessero aumentare sensibilmente, difficilmente i clienti di Armani e Gucci si fanno impensierire da qualche ritocco verso l’alto ai cartellini, anzi paradossalmente prezzi più alti potrebbero tradursi in una maggiore sensazione di esclusività.

Meloni e la trincea diplomatica

Di fronte a questa minaccia, Giorgia Meloni si trova in una posizione delicata. Negli ultimi mesi ha lavorato per costruire un rapporto solido con Trump, cercando di presentare l’Italia come un partner privilegiato. Il governo ha provato a giocare su più tavoli, mantenendo una linea filo-americana ma senza rompere con Bruxelles. La scommessa della premier era quella di ottenere un trattamento preferenziale per l’Italia, o almeno un’apertura al dialogo da parte di Donald. Ma il tycoon americano, fedele alla sua visione “America First”, ha dimostrato di non voler fare sconti a nessuno. Questo mette l’Italia in una posizione scomoda: non abbastanza influente per negoziare da sola con Washington, ma nemmeno disposta a subire passivamente le decisioni statunitensi senza provare a contrattaccare.

Rischi e opportunità

Se i dazi dovessero restare in vigore (la speranza è che non lo siano, in fondo Trump ci ha abituati a ben altre giravolte), l’Italia potrebbe trovarsi costretta a rivedere le proprie strategie commerciali, cercando nuovi mercati di sbocco per i settori più colpiti. Il rischio più immediato è una contrazione della crescita per il 2025, con un impatto negativo sulla bilancia commerciale e sul Pil.

Un altro elemento di preoccupazione è la possibile reazione a catena. Se l’Unione Europea decidesse di rispondere con contromisure commerciali, si potrebbe innescare una guerra dei dazi che metterebbe ulteriormente sotto pressione il sistema produttivo italiano. Un’ipotesi del genere avrebbe conseguenze gravi soprattutto per le aziende che operano su scala globale, come quelle dell’automotive e della meccanica avanzata.

C’è però chi vede in questa crisi un’opportunità: alcune aziende potrebbero decidere di investire direttamente negli Stati Uniti per aggirare i dazi, delocalizzando parte della produzione. Questo però significherebbe meno occupazione in Italia e un indebolimento del tessuto produttivo nazionale. Inoltre una reazione unitaria dell’Europa potrebbe portare a una nuova stagione di negoziati con Washington, magari con la possibilità di ottenere concessioni su altri fronti, come il settore energetico o la sicurezza.

In ogni caso il tempo stringe. L’export è uno dei principali motori della crescita italiana e una sua contrazione avrebbe effetti a cascata su tutta l’economia. Meno ordini per le aziende, riduzione della produzione, tagli ai posti di lavoro: lo scenario peggiore è quello di una nuova fase di stagnazione economica proprio mentre il Paese cerca di consolidare la ripresa.

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