Volete continuare a indottrinare gli studenti con l’ideologia woke? Peggio per voi: niente più finanziamenti e niente più esenzioni fiscali. Donald Trump ha deciso di fare sul serio. Non è più tollerabile che i più prestigiosi atenei degli Usa, là dove si dovrebbe formare la classe dirigente degli States, siano diventati luoghi di proselitismo politico.
Queste università sono note in tutto il mondo e si chiamano Harvard, Columbia, Princeton. Solo ad Harvard hanno studiato la bellezza di otto futuri presidenti degli Stati Uniti. Tra di essi Franklin D. Roosevelt, John F. Kennedy, George W. Bush, Barack Obama. E poi ci sono tanti altri atenei, dal nome meno famoso, ma egualmente ambiti dalle famiglie americane che vogliono promuovere il futuro dei propri figli.
Be’, da diversi anni, in questi luoghi che dovrebbero promuovere gli studi ai più alti livelli, si fa meno studio e più propaganda politica. Professori dalle idee radicali e studenti vocati all’attivismo impongono una vera e propria dittatura ideologica, quella appunto della cultura woke, che insegna ai giovani a disprezzare il proprio Paese, a vergognarsi della propria storia , a promuovere solo la causa degli immigrati, delle minoranze, a partire da quella Lgbt. E guai a chi dissente. I docenti che provano a opporsi rischiano il posto di lavoro. In queste università operano anche i famigerati comitati D.E.I (Diversity Equity Inclusion), cioè burocrazie interne che sono incaricate di aumentare la presenza di minoranze etniche e sessuali ai vertici delle aziende. Insomma, un mondo al contrario, direbbe il generale Roberto Vannacci.
A questo punto Trump ha detto basta e, com’è sua abitudine, è passato subito all’azione. Ha scritto una bella letterina alle autorità accademiche dei vari atenei chiedendo loro di cambiare immediatamente rotta. E cioè di «ridurre il potere» degli studenti e dei docenti «più impegnati nell’attivismo che negli studi», oppure di «interrompere tutte le preferenze basate sulla razza, il colore, la religione, il sesso o l’origine nazionale», oppure ancora di «impedire l’ammissione di studenti ostili ai valori americani». Le università che non si adeguano possono dire addio alle sovvenzioni statali. E si tratta, complessivamente, di un giro di diversi miliardi di dollari ogni anno.
Apriti cielo. Il presidente è stato subito accusato, dai soliti circoli liberal, di pulsioni autoritarie e censorie, di volere in sostanza sopprimere la libertà di insegnamento. Come spesso accade, le accuse a Trump sono state fatte proprie dai giornalisti italiani più sensibili ai richiami delle sirene progressiste. «Il presidente – ha scritto ad esempio Federico Fubini sul “Corriere della Sera” – ricorre a uno strumento più fine per cercare di imprimere una torsione illiberale alla vita americana: il denaro e la minaccia, a chi non si allinea, di perderne».
“Torsione illiberale”? Se Trump ha questo tipo di “torsioni”, il minimo che si può dire è che si trova in qualificata e numerosissima compagnia, cioè la compagnia di tutti quei genitori che hanno deciso di iscrivere i propri pargoli in altre università, magari anche meno blasonate, ma che comunque garantiscono che i giovani seguano una sana formazione culturale e professionale, in modo da affrontare con il giusto bagaglio di conoscenze l’ingresso nel mondo del lavoro. Vale la pena ricordare che le rette degli atenei più prestigiosi sono salatissime. E questi genitori vogliono evidentemente evitare di sborsare somme ingenti ogni anno per vedersi poi il figlio trasformato in agit prop terzomondista. Il colmo è stato raggiunto lo scorso anno alla Columbia University, che è praticamente finita in mano agli attivisti filopalestinesi. Gli effetti di queste diffuse preoccupazioni si sono visti già dall’ottobre scorso, quando s’è registrato un vistoso calo di iscrizioni nelle università del Nordest degli States, proprio quelle in cui il vento woke spira in mondo più furioso. A beneficiarne sono gli atenei del Sud, rimasti finora immuni dalle mode ideologiche più radicali.
Pare che l’azione di Trump stia già producendo effetti. Diverse università hanno annunciato un cambiamento di orientamento e una brusca frenata alla promozione della cultura woke. L’unica che resiste orgogliosamente è Harvard. L’ex presidente Obama l’ha indicata come modello di resistenza politico-culturale. Il fatto è che il prestigioso ateneo gode di una dotazione di 53 miliardi di dollari. E i suoi dirigenti si sentono onnipotenti. Ad Harvard, intorno alla cultura woke, è forse fiorito anche un bel business?



