Papa Francesco addio. Parla il giornalista che ne profetizzò l’elezione

lunedì, 21 Aprile 2025
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Confesso che è molto difficile per me parlare di Papa Francesco, di cosa ha rappresentato e cosa lascia alla Chiesa e al mondo, nonostante abbia pubblicato ben tre libri sul suo pontificato.

Francesco resta per me un grande enigma e devo ammettere di non aver ancora capito fino in fondo il significato del suo magistero. Forse lo capirò in un futuro non troppo lontano. Per adesso posso soltanto dire che l’immagine che ho avuto del papa in tutti questi anni  è stata quella di un uomo perennemente sulla riva di un fiume, deciso a saltare sulla sponda opposta, consapevole però del rischio di cadere in acqua.

E dopo aver provato ad effettuare il grande salto, ecco ritirare la gamba limitandosi soltanto a tentare l’impresa. Forse Bergoglio è servito per preparare la strada ad un papa più intraprendente di lui, capace di saltarlo veramente quel fiume, senza timori o accettando il rischio. E allora ecco il pontefice che abbiamo conosciuto in questi dodici anni che ci ha abituati a decisioni o posizioni contraddittorie e spesso incomprensibili.

Francesco ha premiato con il cardinalato pastori molto controversi per le loro posizioni di rottura rispetto al magistero, apertamente critici con la dottrina della Chiesa su famiglia e sessualità, favorevoli al riconoscimento delle unioni gay e al sacerdozio femminile come il lussemburghese Jean-Claude Hollerich o lo statunitense  Robert Walter McElroy. Ha riabilitato la suora americana Jeannine Gramick impegnata da anni a sostegno del riconoscimento del matrimonio fra persone dello stesso sesso e in precedenza condannata dall’ ex Sant’ Uffizio guidato da Joseph Ratzinger.

Ma nel contempo non mancava di condannare l’ideologia gender con parole molto dure, ribadendo che l’unica famiglia possibile è quella naturale perché non si può contraddire il progetto di Dio sulla creazione; e non mancava nemmeno di chiudere le porte all’ ordinazione delle donne prete perché in contrasto con la tradizione. Perché allora rivestire con la porpora i fautori di svolte apertamente moderniste agevolando loro la strada del governo della Chiesa? E perché  riconoscere legittimità a chi come suor Gramick ha sempre insegnato che non esiste soltanto la famiglia naturale e che l’amore omosessuale deve avere piena cittadinanza nella Chiesa? Abbiamo visto il  Francesco che dà mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di ammorbidire le posizioni verso le coppie gay concedendo le benedizioni, chiarendo però che la Chiesa non riconosce loro alcun valore sacramentale e arrivando poi a criticare certi seminari per la troppa “frociaggine”.

E che dire poi del celibato sacerdotale? Per Francesco era possibile superare l’obbligo imposto ai sacerdoti perché a suo dire “non è un dogma di fede”, si possono avere preti sposati, per poi dichiarare che “non sarò io a cambiare la regola, perché a me va bene così”.

Alcuni esempi che dimostrano chiaramente come in papa Francesco siano vissute due anime in perenne conflitto fra loro: l’anima progressista che avrebbe voluto spingerlo a gettare il cuore oltre l’ostacolo per passare alla storia come il papa rivoluzionario sognato da Karl Rahner, Hans Kung e i modernisti cattolici, capace di rompere definitivamente con la tradizione e fondare una Chiesa nuova, democratica, partecipata, libera da autoritarismi e dogmi, in perfetta simbiosi con il mondo contemporaneo; e dall’ altra l’anima conservatrice, del sacerdote gesuita, del vescovo, del primate d’Argentina, del  cardinale, cresciuto nella tradizione della Chiesa, in quell’ ermeneutica della continuità del Concilio Vaticano II che ha caratterizzato i precedenti pontificati, da Paolo VI a Benedetto XVI, una tradizione che non si è sentito di rinnegare o addirittura di demolire.

Un passo avanti e due indietro, un’ apertura al mondo e una difesa della dottrina, un applauso da atei, mondo LGBT e subito dopo la ricerca del consenso conservatore tornando ai linguaggi propri della tradizione. Alla fine si è trovato criticato da ogni parte: dai conservatori che lo hanno spesso accusato di aver fatto perdere ai fedeli il senso della verità o in alcuni casi di aver rasentato l’eresia; e dai progressisti che ne hanno evidenziato lo scarso coraggio nel “saltare il fiume”, la mancanza di riforme radicali, giudicando insufficienti i suoi passi in avanti. Viene in mente il Battista che urla nel deserto, ma quando gli chiedono se è lui il messia risponde di No, che è soltanto venuto a preparargli la strada.

Francesco forse ha voluto essere questo, o lo è stato suo malgrado, un papa che ha preparato la strada a chi verrà dopo di lui per portare a compimento ciò che lui non è stato in grado di realizzare, ma che forse ha sperato possa concretizzarsi in futuro, ad opera di un papa più giovane e meno condizionato da una formazione tradizionalista. Francesco ha provato con la convocazione di vari sinodi a dimostrare che la Chiesa può essere un’ istituzione realmente “democratica”, quasi “parlamentare”, dove non è soltanto il papa a decidere e dove sono possibili percorsi dal basso di ascolto e condivisione, con il popolo dei fedeli portatore di istanze e proposte, ma senza andare mai oltre e rigettando le richieste del Sinodo tedesco per ciò che concerne l’autonomia delle conferenze episcopali da Roma in campo dottrinale e pastorale.

Il nuovo pontefice si troverà proprio a decidere se proseguire il percorso tracciato o rimanere dove Francesco si è fermato e non ha osato. Un’ultima considerazione: molti ambienti tradizionalisti hanno descritto in questi anni papa Francesco come un eretico, un servo della massoneria, un distruttore della fede, l’antipapa, addirittura l’anticristo.

Io, con tutte le perplessità e le riserve espresse a più riprese, non ho mai smesso di vedere in lui un uomo di Dio, “grande nella  debolezza”, nel suo essere un papa straordinariamente umano cui il Signore ha chiesto di ricoprire un incarico forse più grande di lui, con tutti i limiti che l’essere umani comporta. Un papa che è sembrato voler restare sempre rigorosamente uguale a se stesso, quasi smontando la sacralità e la solennità dell’ autorità papale per umanizzarla totalmente e renderla più prossima al popolo; che ha cercato di mostrare al mondo il volto di una Chiesa accogliente, amorosa, misericordiosa, forse più simile ad una grande organizzazione solidaristica che all’istituzione di derivazione divina sempre conosciuta. Ma tutto  questo a cosa è servito? A convertire? Il mondo è sempre più secolarizzato e domina il sincretismo spirituale. A riempire le chiese? No, sono sempre più vuote. Ad incrementare il numero delle vocazioni? I dati ci dicono il contrario.

Ad accrescere il prestigio del papato sullo scenario internazionale? Tanti applausi si , ma scarsa efficacia sul piano diplomatico. Francesco è stato applaudito quando ha parlato di clima da salvare, immigrati da accogliere, nazionalismi da contrastare, ma nelle crisi internazionali la voce del Vaticano è stata totalmente ignorata, se non addirittura disprezzata come avvenuto con la vicenda ucraina.

È forse servito a distruggere la Chiesa dall’ interno come sostengono i nemici? La Chiesa è indistruttibile ed è sopravvissuta a secoli di tentati  annientamenti da parte di nemici molto potenti e subdoli: e in fondo come ho scritto nel mio libro “Papa Francesco in controluce” uscito nel 2022 ma tuttora attuale, poco o nulla è cambiato nella sostanza, al di là degli allarmismi, spesso esagerati e mediaticamente gonfiati, dei cattolici “passatisti’, quelli delle messe in latino e dei canti gregoriani.

Sarà forse la storia a dirci se questo pontificato ha avuto davvero un senso e quale sia stato.

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