Speriamo che stavolta i faziosi non abbiamo nulla da ridire. Ma purtroppo non c’è da giurarlo. Giorgia Meloni ha espresso parole chiare e inequivocabili sul 25 Aprile. Ha parlato di «onore» per i valori democratici che il fascismo aveva negato e ha auspicato che la festa della Liberazione si affermi come giornata di «concordia nazionale».
A questo punto non si sa proprio che cosa la premier potrebbe dire di più per acchetare gli antifascisti in servizio permanente effettivo. Il problema sta però nella coazione a ripetere che affligge da sempre la politica italiana. L’antifascismo strumentale e ideologico rimane una tentazione troppo ghiotta per quella sinistra che , pur essendo in ritardo con l’evoluzione storica, pretende ancora di utilizzare l’arma della delegittimazione storica contro la destra. Per cui ci sarà sempre qualche giornalista alla “Fanpage” che si intrufolerà in questa o quella manifestazione di FdI per carpire di nascosto frasi apologetiche nei confronti del fascismo pronunciate da qualche ragazzo tra i fumi dell’alcol. E poi inviare i relativi, “compromettenti”, filmati ai vari Floris, Formigli, Gruber o Ranucci, i quali allestiranno i soliti processi mediatici contro la destra di governo che terrebbe nascosti nell’armadio manganelli, Fez e ritratti del Duce.
Ma quello che realmente conta, quello che poi rimane nella storia dell’Italia, quello che cambia la cultura politica diffusa, quello che afferma nuovi rapporti tra gli stessi soggetti politici è quello che arriva dai vertici politici. E non c’è dubbio che le parole pronunciate dalla premier in questo 25 Aprile rappresentino un ulteriore passo in avanti verso l’affermazione di un clima più civile e sereno di confronto politico nel Paese. Tutto il resto è solo folklore d’annata o livore rancido.
Ma ecco il testo della nota, con le dichiarazioni della presidente del Consiglio, diffusa stamane da Palazzo Chigi. «Oggi -afferma Meloni- l’Italia celebra l’ottantesimo anniversario della Liberazione. In questa giornata, la Nazione onora la sua ritrovata libertà e riafferma la centralità di quei valori democratici che il regime fascista aveva negato e che da settantasette anni sono incisi nella Costituzione repubblicana». Di qui l’auspicio della coesione tra italiani: «La democrazia trova forza e vigore se si fonda sul rispetto dell’altro, sul confronto e sulla libertà e non sulla sopraffazione, l’odio e la delegittimazione dell’avversario politico. Oggi rinnoviamo il nostro impegno affinché questa ricorrenza possa diventare sempre di più un momento di concordia nazionale, nel nome della libertà e della democrazia, contro ogni forma di totalitarismo, autoritarismo e violenza politica».
Vale la pena osservare che in questa dichiarazione della Meloni si può rintracciare l’eco delle Tesi congressuali di Fiuggi del 1995 in occasione della nascita di Alleanza nazionale. In quel documento si trova infatti scritto che l’«antifascismo fu il momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato».
La formula utilizzata oggi dalla Meloni ha quindi una doppia valenza, istituzionale e politica. Istituzionale perché arriva dalla Presidenza del Consiglio. Politica perché tende a riannodare i fili della storia della destra. E ciò in continuità con un passaggio storicamente e politicamente cruciale.
Per la cronaca, riferiamo che la premier si è recata questa mattina all’Altare della Patria insieme con il capo dello Stato, Sergio Mattarella, prima che questi partisse per Genova dove ha celebrato il 25 Aprile.
E, sempre per la cronaca, riferiamo che al corteo dell’Anpi di Roma è sfilata in prima fila l’immagine di Papa Francesco. È un modo di festeggiare la resistenza nel segno della pace. E, se vogliamo, anche della “sobrietà”.



