Chiesa “mediatica”. Al funerale di papa Francesco si è persa una grossa occasione. Ecco perché

domenica, 27 Aprile 2025
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Se il mondo applaude indifferentemente ad un papa, tirandolo pure per la giacchetta, c’è qualcosa che non va. Primo, perché la Chiesa non dovrebbe compiacere il mondo, ma guidare gli uomini verso il Vangelo e non farsi guidare dagli uomini o peggio, dalla politica e dalla cultura che contano.
Mi risulta che Gesù, i discepoli, i santi, i profeti, non furono molto amati e furono molto divisivi, alternativi al loro tempo.
Secondo, la missione della Chiesa, dei sacerdoti, non è quella degli assistenti sociali che si limitano ad ascoltare e giustificare, ma degli educatori, che pur nelle forme opportune (Edith Stein: “Non c’è verità senza amore e non c’è amore senza verità”), devono indicare la strada, amando, accogliendo (e quindi, è giusta l’idea dell’“ospedale da campo” e della “Chiesa in uscita”); ma poi dovrebbero accompagnare gli uomini a un percorso di conversione, correzione e cambiamento.
Terzo, forse è un grave problema di comunicazione e di conseguenza, di percezione collettiva della religione oggi.
Domanda: quante di quelle centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato al funerale e al passaggio del feretro di papa Francesco per le vie del centro di Roma (posto che i semi germogliano in tempi diversi e avviare processi è un fatto oggettivamene positivo), si convertiranno, torneranno all’ovile? Quanti di loro riprenderanno i sacramenti, abbandonando quella “zona grigia”, quel 57% di italiani che si proclamano appartenenti alla tradizione cattolica, ma che a conti fatti, non vanno più in Chiesa e vivono un individualistico cristianesimo “fai-da-te”, intimistico, più vicino a un “cristianesimo senza Cristo”, che a una precisa e consapevole scelta dottrinale?
Esempio: su temi come la pace, la giustizia, la fratellanza, la solidarietà, i migranti, l’ambiente, i diritti, tutti vicini alla religione; sui temi etici (aborto, eutanasia, utero in affitto, matrimoni egualitari, gender), tutti assolutamente distanti, indifferenti, se non ostili. Una distanza estremizzata anche da parte di quella classe politica dominante che censura il papa quando scompagina gli schemi internazionali, tipo “l’abbaiare della Nato alle porte di Mosca”, a proposito dell’Ucraina, entrando in rotta di collisione col pensiero unico occidentalista, da eterna guerra fredda.
Il sospetto, e questo la dice lunga sulla forte e unilaterale “mediaticità” di papa Francesco, è che la larga presenza di popolo di sabato si possa spiegare con tante variabili indipendenti: l’apparato ecclesiale mobilitato, i curiosi, i turisti, chi ha voluto assistere a un evento storico, chi a uno spettacolo irripetibile, chi ha amato Francesco come “persona-personaggio”, non come papa; e chi appunto, si è accontentato delle sue dichiarazioni, dei suoi annunci, della sua comunicazione “aperturista”. E basta. In pochissimi, purtroppo i consapevoli. La maggioranza ha ripreso l’evento col cellulare.
Un pontificato, va detto, si giudica, si analizza dai numeri e dai risultati: non è un caso che la Chiesa cattolica mondiale e italiana perda pezzi di continuo. Non è un caso che le vocazioni siamo pressoché ridotte al lumicino, che i giovani spariscano (su 1 che aderisce al cattolicesimo in 27 se ne vanno).
Papa Francesco ha contribuito ad aumentare questa fuga, oppure ha recuperato una tendenza inesorabile?
E’ presto per dirlo, ma una cosa è certa: sabato, dal mio punto di vista, al di là dell’immenso bisogno di simboli, sacralità, regalità, punti di riferimento epocali, si è persa una grossa occasione.
Di fronte al mondo, ai potenti della terra, a miliardi di telespettatori, la tentazione mediatica, il buonismo, il religiosamente corretto, hanno prevalso sulla sostanza e sul messaggio evangelico da veicolare pedagogicamente per il bene futuro dell’umanità.
L’omelia del decano Giovanni Battista Re è sembrata più una esposizione da beatificazione personale di papa Francesco, che un’oggettivazione del messaggio cattolico (è stata più una candidatura al Conclave o un segnale forzoso e strategico: il prossimo pontefice deve obbligatoriamente seguire la medesima impostazione?).
Può limitarsi la Chiesa a ribadire concetti astratti, condivisibili, ma non esaustivi, come la pace, l’ambiente, l’immigrazione, i poveri, non parlando di centralità della vita (aborto, famiglia, gender etc), argomenti che Bergoglio, del resto, in più di un’occasione ha trattato?
Qual è la differenza tra il messaggio cattolico e un’Onlus o una narrazione progressista, concetti che lo stesso papa diceva di avversare? Essere cattolici è da peccatori in cammino per la redenzione, o da perfetti aderenti-militanti a un’ideologia (verde, pacifista, pauperista etc)? E chi non aderisce a tali temi è dannato, è fuori?
Quando la Chiesa diventa ideologia e abbandona la realtà, inizia la fine.
Ecco il punto. E’ vero che ormai media e contenuti, nella società moderna e digitale marciano di pari passo, non vanno, né possono essere scomposti, separati. Ma il rischio è che tutto il pontificato di papa Francesco si possa ridurre a una mera mediaticità, ad annunci e a pochi fatti: la pastorale non è cambiata di una virgola (il famoso documento è stato cassato e andrà riscritto), la dottrina meno che mai. E non regge l’alibi di una Curia immobilista, attaccata al passato e ai propri privilegi.
Il fatto stesso che si parli di “successore di Francesco” e non “di Pietro”, la dice lunga su tale deriva e deformazione. Basterà, nel nome dell’immagine, delle posture meta-verbali, che il prossimo pontefice non alloggerà a Santa Marta, per definirlo conservatore? E non conterà per il mondo ribadire che tali categorie purtroppo non c’entrano nulla con la Chiesa.
Resterà per concludere, l’impressione di un’azione, non la consapevolezza e la realtà di un’azione. Quella che ha caratterizzato il pontificato di Bergoglio. Ma alle centinaia di migliaia di persone di sabato pare che ciò possa bastare.

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