Conclave. Perché alla Chiesa serve un Giovanni Paolo III

giovedì, 1 Maggio 2025
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In questi giorni sta impazzendo il toto papabili e tutti ci stiamo appassionando al gioco della torre, del chi sale e chi scende nel borsino dei cardinali più accreditati. Ma ciò che emerge chiaramente nelle varie ricostruzioni giornalistiche, è forse una capacità di analisi troppo legata alle dinamiche tipiche della politica. In pratica i media nazionali sembrano trattare il prossimo conclave e l’elezione del nuovo papa alla stessa stregua dell’elezione del presidente della Repubblica attaccandosi alle etichette di conservatori, progressisti e moderati, allo stesso modo di come si discute della politica italiana in termini di centrodestra e di centrosinistra, dimenticando che nella Chiesa sono ben altre le strategie che determinano le scelte. Bergoglio fu eletto da un conclave sostanzialmente conservatore da dove sarebbe dovuto uscire, a detta dei media nostrani, un perfetto continuatore del pontificato di Benedetto XVI, e abbiamo visto tutti invece come si sia andati verso una evidente discontinuità. E oggi tutti a dare per scontato un pontefice in continuità con Francesco come se ogni papa possa alla fine essere una fotocopia del predecessore. Mai accaduto nella storia e difficilmente accadrà in futuro. Quindi, andando oltre gli schemi prettamente ideologici, che papa servirebbe oggi alla Chiesa? Proviamo a decifrarlo. Innanzitutto un pontefice consapevole del ruolo chiamato a ricoprire, capace di riappropriarsi dell’ autorità, della sacralità e della solennità del proprio ufficio, che come Giovanni Paolo II sappia essere popolare ma non populista e soprattutto sappia restituire al papato la funzione di guida spirituale e morale del mondo. Papa Francesco ha saputo conquistare il consenso trasversale proprio per la sua ostinazione nel voler rompere quella sacralità, quella solennità, quella indispensabile distanza che deve necessariamente esistere fra il Vicario di Cristo e il gregge, quella distanza che dà autorevolezza, credibilità, forza e prestigio all’ essere il successore di Pietro. Francesco questa distanza l’ha voluta ridurre, presentandosi in tutta la sua umanità, parlando spesso a ruota libera come fosse il parroco della parrocchia sotto casa, presentandosi ospite in programmi televisivi discutibili e spesso dando l’impressione di affrontare i temi più delicati con la (in) genuinità di qualsiasi normale cittadino che si incontra la domenica in Chiesa, al bar, al supermercato, con approccio vuoto dal punto di vista teologico e dottrinale, e con un approccio “laico’ utile unicamente a dimostrare quanto il papa sia una persona come tutti noi. Un papa che si è perfino assunto l’onere di bacchettare i pettegolezzi delle catechiste, di criticare le famiglie che mettono gli animali sullo stesso piano dei figli, che si è lamentato delle effusioni che si manifestano spesso durante le messe al momento del segno della pace. Ma è compito del papa occuparsi di queste cose? È questo il papa che serve davvero alla Chiesa? Si sta sentendo ripetere in questi giorni che serve un pontefice in continuità con Francesco, che però dopo la morte non è più così intoccabile, così largamente osannato e venerato come lo è stato in vita. Sono uscite in questi giorni interviste di teologici, intellettuali e finanche uomini di Chiesa che hanno il coraggio di riconoscere le ambiguità di un pontificato, grande negli annunci ma inconcludente sul piano dei risultati, bravo ad accendere tante speranze rimaste disattese, capace di creare intorno a sé un larghissimo gradimento restando poi sostanzialmente irrilevante sul piano internazionale, incapace di svolgere un ruolo diplomatico efficace in Ucraina, in Medio Oriente,nelle aree del mondo dove è in corso la terza guerra mondiale a pezzi. E questo senza voler negare anche i meriti che comunque Francesco ha guadagnato, rendendo la Chiesa più aperta ed inclusiva, sempre più universale e prossima alle periferie del mondo, sia quelle geografiche che esistenziali, e comunque capace di posizioni scomode e controcorrente, come quando ha condannato la “cultura dello scarto” in riferimento ai tentativi di legalizzare l’eutanasia. Il papa che verrà dovrà essere capace di coniugare profilo pastorale e diplomatico, l’anima del pastore che guida il gregge con la funzione carismatica e autorevole di capo della Chiesa cattolica e di depositario delle verità indissolubili della fede; ma non deve nemmeno dimenticare di essere anche un Capo di Stato, un leader mondiale, una forza questa che deriva principalmente dalla carica religiosa e spirituale ricoperta, prima ancora che dall’ essere il monarca assoluto di un Vaticano irrilevante dal punto di vista delle dimensioni geografiche, ma essenziale per ispirare cristianamente i destini del mondo. Un pontefice che dovrà essere capace di ereditare da Francesco la sinodalita’, non per cancellarla e riaffermare il centralismo romano, ma per impedire il rischio di luteranizzazione del cattolicesimo consentendo il prevalere del vento modernista che spira dal Sinodo tedesco e che metterebbe in crisi l’autorità universale del papato. Molti osservatori hanno individuato nel segretario di Stato Pietro Parolin il candidato più idoneo a raccogliere l’eredità di Bergoglio e a garantire un equilibrio all’ interno della Chiesa, evitando un ritorno al passato (il segretario di Stato è contrario alle nostalgie tridentine) , mediando fra gli opposti estremismi e garantendo la fedeltà ad una tradizione immutabile ed immutata nei secoli nel segno dell’ ermeneutica della continuità del Concilio Vaticano II. Ma soprattutto capace di essere oltre che un pastore, un “sovrano” autorevole e decisionista e un diplomatico accreditato come credibile sulla scena internazionale. Altri ritengono invece necessario puntare maggiormente sulla forza pastorale del pontificato con un’attenzione sempre costante per i lontani con un papa modello Zuppi, altri ancora di dover guardare sempre di più verso le periferie del mondo puntando su cardinali non europei come Tagle o Besungu; poi c’è chi ritiene fondamentale intensificare il dialogo interreligioso soprattutto con un mondo islamico sempre più radicalizzato, intravedendo straordinarie capacità di successo in Pizzaballa e Aveline, chi ritiene necessario rafforzare il carattere contemplativo e la forza evangelizzatrice nei contesti più secolarizzati lanciando il carmelitano Arborelius, svedese convertito dal luteranesimo. Ma quel che è certo è che alla Chiesa del futuro non serve un altro papa Francesco, una riproposizione del pontificato appena concluso, un papa bravo a guadagnare gli applausi ma sostanzialmente debole nel riaffermare il ruolo e la centralità di Cristo nella società contemporanea e nella storia dell’ umanità. Più che un Francesco secondo alla Chiesa servirebbe oggi un Giovanni Paolo III, che sappia parlare nuovamente di Cristo alle future generazioni facendo percepire l’attualità di una fede capace di stare nel mondo ma senza essere “del mondo”.

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