Nell’eminente consesso dei Cardinali, tra una preghiera e l’altra, si riflette, si riflette e poi si dice. Si dice e si argomenta sempre con più naturalezza, come se la morte di Papa Francesco avesse abbassato i freni inibitori del pensiero. Comignolo e stufe sono pronti, ma intanto, messi da parte i toni pacati e formali dei primi giorni i vari interventi cominciano a scaldarsi. In particolare, ha colpito l’assemblea l’intervento del cardinale Beniamino Stella, non più elettore, ma al quale viene attribuita una certa influenza in settori del Collegio cardinalizio. In quello che è stato percepito da alcuni come un frontale attacco al pontificato di Francesco, Stella avrebbe criticato le riforme di Bergoglio in particolare per quanto riguarda le novità introdotte dalla “Praedicate evangelium” e il maggiore spazio, anche in ruoli di governo, dato all’interno della Curia ai laici e alle donne. Stella che pure è stato creato cardinale da Francesco, non sarebbe stato comunque l’unico a parlare in toni negativi delle aperture di Francesco.
Le riforme avviate da Papa Francesco sono il tasto dolente della discussione. Se il cardinale tedesco Gerhard Mueller ribadisce la sua contrarietà a ogni apertura al mondo Lgbt, il cardinale di Singapore William Goh auspica una Chiesa che si occupi non solo dei cattolici, ma del bene di tutta la società. Per il Cardinale Filoni il prossimo Pontefice deve assicurare l’unità di tutta la Chiesa.
L’altro cardinale tedesco Reinhard Marx, coordinatore del Consiglio per l’Economia, ha presentato «un quadro aggiornato delle criticità esistenti ribadendo l’importanza che le strutture economiche continuino a sostenere stabilmente la missione del Papato». Le comunicazioni ufficiali non aggiungono altro, ma sono note le difficoltà di bilancio patite negli ultimi anni. Il disavanzo vaticano è stato di 78 milioni nel 2022 e 83,5 nel 2023, nel 2024 si prevedeva un rosso di 87 e il preventivo 2025 è ancora in alto mare. I Papabili? I soliti, ma pare che i nomi di Pierbattista Pizzaballa e di Pietro Parolin, Segretario di Stato di Francesco, reggano a ogni giro di valzer a onta del fatto che in politica i primi nomi a uscire sono quelli da bruciare.
Di ciò che è stato Bergoglio, intanto, ne ha parlato al Corriere della Sera il vaticanista Fabio Marchese Ragona, autore della biografia sul Pontefice intitolata “Life: la storia nella Storia”. Lo accusarono di complicità col regime. «Andò da Videla, a celebrare messa, per liberare due confratelli gesuiti – racconta Ragona – ci riuscì ma non poté nemmeno salvare la sua amica Esther. Fu interrogato quattro ore e mezza su quei fatti nel 2010. E rivendica: “Sono uscito pulito da una brutta manovra di qualche sinistrino che voleva mettermi il cappio al collo”». Sulla sua elezione «Mi ha detto di aver capito, subito dopo pranzo, quel giorno, che sarebbe stato eletto. E che non voleva entrare nella cappella Sistina. Si soffermò col cardinal Ravasi a discutere di libri sapienziali. Tanto che li richiamarono. Ha ammesso: “Inconsciamente non volevo essere eletto”».
E chissà se le potenze straniere hanno ancora la capacità di influenzare le scelte della Santa Sede com’è accaduto fino all’inizio del ‘900. Nel Conclave del 1903, ci fu il veto esplicito su Mariano Rampolla del Tindaro. «Candidato al pontificato era il cardinale Del Tindaro, siciliano, figlio di una nobile famiglia, segretario di Stato dal 1887 al 1903 – scrive Massimo Franco sul Corriere – quando morì Leone XIII, che lo aveva promosso a suo braccio destro, le probabilità che fosse eletto erano fortissime. Rampolla era stimato e aveva il curriculum “giusto”: nel senso che era stato arcivescovo, poi nunzio apostolico e cioè ambasciatore del papa in Spagna. E poi segretario di Stato vaticano, e dunque «primo ministro» del pontefice. Ma il 2 aprile Jan Puzyna, il “cardinale della Corona” presente al Conclave, arcivescovo di Cracovia e capofila di un gruppo di conservatori, fece sapere che esisteva un veto dell’imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe, a capo dell’ex Sacro Romano Impero, che riteneva Rampolla troppo filofrancese e dunque, a quel tempo, antiaustriaco». D’altronde a quel tempo l’impero di Austria-Ungheria, Francia e Spagna erano le tre nazioni cattoliche che potevano godere del privilegio dello “jus exclusivae”, cioè di obiettare sulla scelta di un candidato a Papa.



