Quando Elon ha incominciato a spiegarmi il suo piano di trasformare l’umanità in una specie multiplanetaria io pensai…beh, questa parte la taglierete…
E Jim Cantrell, ex importante ingegnere spaziale della Nasa, si abbandona al riso sussultorio e contagioso degli obesi. ‘Io pensai che fosse….’
Il Cantrell-pensiero, prontamente estirpato dal documentario, è facilmente ricostruibile: ‘fuoriditesta’, ‘montato’…and so on. Il giovane e ossessivo Musk – non ancora trentanni- è già milionario ( Zip2, PayPal) ma non ancora noto.
Silicon Valley, a braccetto con la neonata rivoluzione internettiana, di tipi come lui in quegli anni ne sforna un buon numero. Elon, poi, gli epiteti dispregiativi li attrae come il miele le mosche. Sia per comportamenti aziendali perentori, spesso brutali, sia perché il fine che lo motiva nel fare imprese e soldi a palate non è il Sacrosantissimo Danaro. E’ invece una perturbante e solitaria Visione. Anzi, più di una. E questa, siamo sinceri, è pura blasfemìa.
‘Non capii nemmeno il suo nome, pensai si chiamasse Jan – prosegue divertito Cantrell – Jan Musk. In quanto a Pay Pal non avevo allora la minima idea di cosa si trattasse, mi parve, che so, un nome buffo.’
Jan-Elon non si perse d’animo. ‘Sto cercando un razzo russo per un esperimento da fare su Marte. Qualcosa tipo un delta standard. Da noi hanno prezzi proibitivi, 80/100 milioni, in Russia ne costano 2. Mi hanno detto che tu sei la persona giusta, mi vuoi accompagnare?’
In effetti Cantrell è proprio l’uomo giusto, ha lavorato in Russia per conto della Nasa a vari programmi congiunti di difesa missilistica.
Oltretutto ciò accade nel 2001, evocativo di sconvolgenti Space Odyssey. Tra i due scocca la scintilla. Insieme a Mike, un altro ingegnere, volano in Russia.
Furono accolti in un tipico complesso militare. Filospinato, guardie con fucili. ‘Ci portarono nella sala dove s’erano riuniti, c’era anche il capo progettista. In pieno stile europeo non andammo subito dritti al sodo. Cominciammo a bere, vodka, brindisi alla Russia, all’America a Elon, a Internet…
…poi Elon comincia a spiegare al capo progettista questa idea della razza multiplanetaria…non sapevano chi fosse, lo presero per un montato, pensarono che gli stesse mancando di rispetto, il capo s’infuriò, lo interruppe e si mise a sbraitare in russo. ‘Queste sono macchine da guerra, non giocattoli per ragazzini della Silicon Valley! Non è Internet, parliamo di vita e e di morte, qui!!!’ e sputò sulle scarpe di Elon…e sulle mie’.
Elon era sbalordito. ‘Ma questo qui ha sputato??’
‘Già…’, gli rispondo.
Sull’aereo del ritorno, io e Mike avevamo ordinato whisky per tirarci su. Elon era seduto qualche fila avanti e stava scrivendo sul PC, concentratissimo. Mike mi fa: ‘Ehi, secondo te cosa combina quel mentecatto d’un genio là davanti?’. Elon si volta e ci guarda negli occhi ‘Andate aff…Ce lo costruiamo da soli, il razzo. Ho fatto una bozza’. E ce la mostrò. Era notevole…’
Fu il primo seme da cui nacque SpaceX. Nel 2002. E’ come il il passaggio dall’osso all’astronave nell’ineguagliato 2001 Space Odyssey di Kubrik.
Sono passaggi che nella realtà costano lacrime e sangue. Insonnie, pazzia.
Odio, divorzi, pubblico ludibrio. Un prezzo che Elon non ha mai scansato. Il problema è che lo chiede anche ai suoi collaboratori, soci o dipendenti che siano. Meglio, lo esige. Dice che non chiede a nessuno di lavorare più di quanto lavori lui. Ma la sua resistenza allo stress è disumana. Possiamo divertirci a rintracciarne le radici nella sua infanzia pluribullizzata. Nato a Pretoria (Sudafrica) nel ’71, ebbe in dotazione un padre – Errol – in cui fascino, manipolazione e sadismo si mescolano in un cocktail micidiale. Cittadino sudafricano ma di origini britanniche, Errol è un ingegnere elettromeccanico, pilota e navigatore attualmente in pensione. E’ stato, sembra, co-proprietario di una miniera di smeraldi in Zambia.
‘E’ un essere umano terribile’ dice di lui Elon. Suo fratello Kimbal è del tutto d’accordo.‘
I due fratelli concordano nel definire il padre una persona volubile e bugiarda – si legge nella bella biografia di Isaacson – Una persona che racconta continuamente storie infarcite di particolari inventati, dettate a volte dal calcolo, altre dal puro delirio. Ha una personalità alla Jeckyll e Hyde, aggiungono. Se in certi momenti mostrava un atteggiamento amichevole, in altri vomitava per un’ora o più un fiume d’insulti. Terminava ogni filippica dicendo a Elon che faceva pena. E lui era costretto a starsene lì in piedi a sorbirsi la ramanzina, senza potersene andare.’ ‘Era una tortura psicologica – dice Elon, facendo una lunga pausa per dominare un lieve groppo in gola – Aveva la rara facoltà di rendere terribile qualsiasi cosa.’
Ora, se è vero come per pianeti in astrologia che ‘i padri inclinano ma non determinano’ è comunque legittimo supporre che la mancanza di empatia così spesso rimproverata a Elon discenda direttamente dalla matrice Errol.
‘Se tuo padre ti ripete in continuazione che sei un cretino e un idiota, forse l’unica reazione possibile è reprimere dentro di te qualunque cosa rischi di aprire le porte a una dimensione emozionale che non hai gli strumenti per affrontare’, dice la sua prima moglie Justine. Questa serrata del cuore oltre a renderlo a tratti impermeabile verso ciò che sentono gli altri, lo ha del pari reso insensibile alla paura. Ha fatto di lui un innovatore assolutamente spericolato, con una percezione di rischio vicina a zero, il che gli ha permesso più e più volte di raggiungere traguardi normalmente vietati agli umani.
Inventare una banca online di nome X.com che nel 2000, dopo la sua fusione con Pay Pal, conquisterà il mondo intero rivoluzionando l’intero sistema bancario, non è operazione che ogni ragazzino dalla mente arzilla sarebbe in grado di fare. Elon poi proviene già da altra start-up di successo, la Zip-2, cofondata con suo fratello e finanziata da un piccolo gruppo di angel-investors.
Altri, intossicati da questi primi goal, avrebbero prontamente arraffata l’ambita corona con sopra inciso ‘Mago delle start up’. Dopodiché, muniti dell’irresistibile kit ‘Spocchia Suprema’ – jet personale, villa a Ibiza, superattici a Milano con irriverenti piscine che sgocciolano su Piazza Duomo, se italiani – si sarebbero dedicati full-time al nobilissimo sport dello stupro alla chetamina. Ai danni di ventenni ora smarrite ora avide, ma tutte indistintamente bisognose e disorientate.
Per Musk questi primi traguardi economici servono unicamente da rampa di lancio per dar corpo ai due grandi sogni che lo abitano fin dalla prima adolescenza: costruire razzi che in futuro portino l’uomo su Marte, e produrre auto elettriche a prezzi accessibili, per esseri umani di medio profitto. E’ ossessivamente innamorato delle fonti rinnovabili. E non inquinanti. Innamorato fino al parossismo.
‘Ma anche la Tesla, con le sue batterie al litio, inquina di brutto…’, rileva il benpensante.
Vero, in parte, ma ogni prodotto innovatore è perfettibile, no?, replicherebbe Monsieur de Lapalisse. Dunque se il sogno è buono, se è amico del genere umano, occupiamoci della sua perfettibilità. Non accaniamoci a bramare la sua rimozione dal globo terracqueo, per oltraggio alla quiete pubblica. Come da sempre, sotto ogni cielo e bandiera, capita a tutto ciò che è davvero ‘nuovo’. Sotto qualunque forma ardisca presentarsi.
Space X nacque all’inizio del 2002. La fondarono in due. Musk e Thomas Mueller, che aveva lavorato in TRW, azienda diventata famosissima per aver costruito il motore del razzo che portò Neil Armstrong e Aldrin sulla luna. Mueller era figlio di un taglialegna. Era nato in un paese di 2500 abitanti poco lontano dal confine canadese. Andava matto per i razzi fin da bambino, se li costruiva da solo comprandosi i kit per posta. Una volta ci mise dentro dei grilli per studiare l’effetto dell’accelerazione sui corpi. I grilli fecero una brutta fine, ma quando Musk andò a trovarlo – aveva sentito parlare di ‘Grande cavallo pazzo’, un grosso razzo amatoriale costruito da Muelle – i due s’intesero alla grande. Se Mueller aveva osato coi grilli, Elon ci aveva provato coi vegetali. Aveva appena proposto alla Mars Society di impiantare su Marte una serra per studiare l’effetto del pianeta sulle piante.
Il primo progetto di SpaceX fu un razzo chiamato Falcon 1. L’obiettivo era quello di qualificarsi come primo razzo privato capace di entrare in orbita. Elon aveva avvertito soci e dipendenti che c’era capitale appena sufficiente per tre lanci. Fallirono tutti e tre. In modo catastrofico. Occasione ghiotta per i grandi media statunitensi, che si sbizzarrirono in velenose e divertite satire. A ogni sconfitta Elon rasentava l’infarto. E i suoi dipendenti entravano in depressione. Ormai erano circa 300, confinati in una remota isoletta del Pacifico dal pessimo clima. Lavoravano senza soste, lontani dalle famiglie e dal consorzio umano. Per anni. Quando vi erano approdati l’isola era priva d’acqua, di fogne, di elettricità, si dové impiantare ogni cosa da zero col minimo dei costi. Ogni insuccesso, quindi, significava per tutti uno smottamento sempre più critico verso le oscure rive del nulla.
Per complicarsi la vita, nel 2004 Elon investì 6.000.000 di dollari in una piccola azienda chiamata Tesla.
Obiettivo immediato: varare al più presto la Roadster, uno scintillante prototipo di auto elettrica. Detto fatto: la Roadster andò in scena nel 2006.
Manteneva la rutilante promessa di schizzare a sessanta in meno di 4 secondi.
In più era bellissima. Suscitò consensi, addirittura frenesìa. Quasi una voglia matta. Ci fu un certo numero di temerari che sborsarono 6000 dollari per assicurarsene i primi esemplari. Costava 109.000 dollari, gli stessi suoi creatori rimasero a bocca aperta di fronte a questa prova di fiducia.
Intanto SpaceX si preparava al terzo lancio del Falcon. Ma il razzo si disintegrò in aria. Era il 2008, ‘annus horribilis’ per Musk.
Tre lanci falliti alle spalle, nessun capitale per continuare.
Sul versante Tesla si addensavano nubi nerastre. Costi di produzione non ben calcolati fecero alzare i prezzi, i compratori si sentirono traditi, molti si ritirarono.
Scoppiava intanto la Grande Recessione, i finanziatori di Musk lo abbandonarono, Tesla rischiava di estinguersi ancor prima d’essere decollata. Ed Elon con lei.
Ce lo racconta sinceramente accorata la migliore delle sue compagne, la deliziosa Talulah Riley. ‘Ogni notte Elon si svegliava gridando in preda a incubi, ogni mattina mi ripeteva ‘oggi falliamo’ ‘. Un bel carico anche per lei, che nel frattempo era diventata la sua seconda moglie. A questo punto lui si giocò il tutto per tutto. Ipotecò la casa, chiese prestiti a parenti amici e simpatizzanti, vendette tutto ciò che poteva. Era riuscito a mettere insieme 40 milioni di dollari e volò nell’isoletta di SpaceX, dove ingegneri e dipendenti vivevano una soffocante agonìa in attesa che l’azienda dichiarasse bancarotta. ‘Tiratevi su’, disse lui. ‘Ho trovato soldi per un lancio. E qui c’è ancora buona parte di materiale per il quarto Falcon. Mettiamocela tutta, anche più di tutta. Tra sei settimane deve decollare’.
A questo punto ci fu un mutamento di fronte dei cieli. Riconobbero la tenacia e il coraggio di quel gruppuscolo di mortali. Vollero premiarla.
Il quarto Falcon decollò e sotto gli occhi trepidanti dell’intera Space X che seguiva il lancio sugli schermi raggiunse indenne l’orbita terrestre. Una vittoria clamorosa. Il primo razzo privato ad avere mai tentato e raggiunto un traguardo del genere. Arrivò la telefonata della Nasa, che offriva a SpaceX un contratto di mezzo miliardo di dollari. L’isola esplose letteralmente in un accesso di gioia incontenibile. Si festeggiò, si ballò e si sballò per tutta la notte e il giorno seguente. Elon resuscitava, rideva, abbracciava la moglie, abbracciava il mondo.
‘Lui passò dall’essere deriso ad essere…sì, venerato’, dice Talulah, che condivise con lui l’esaltazione di quei giorni.
Col successo del quarto lancio, anche lui, per così dire, entrò in orbita.
Il resto è storia nota. Non che da quel settembre 2008 gli siano mancati intoppi, insuccessi, critiche e slavine mediatiche. Ma nel complesso è come il ‘vissero felici e contenti’ delle favole. Non lo si racconta perché in confronto alla roulette russa delle peripezie iniziali risulta di appeal assai inferiore.
La sfida più grande che Elon si troverà ad affrontare, d’ora in poi, non riguarda né Tesla, né SpaceX, né X (ex Twitter) né la sua luna di miele con l’amministrazione Trump né il Doge né Neuralink , né la promessa del primo uomo su Marte nel 2029. E nemmeno la sua sindrome di Asperger. La sua massima sfida si chiamerà Elon Musk.
Quando la ‘persona’ sociale di un essere umano si espande in modo così vertiginoso, quando le fantasie più spericolate risultano immediatamente commutabili in realtà, quando ogni oppositore può essere vilipeso e zittito, ogni intralcio rimosso, l’epicentro umano di tale insidiosa dilatazione ha di fronte solo se stesso. Sarà lui e lui solo a poter dettare legge e contenimento ai suoi fini e ai suoi atti. E’ la tragica vetta solitaria da cui tanti re, regine, esaltanti capipopolo, suggestivi maestri spirituali, inarrestabili condottieri sono precipitati, trascinandosi dietro, a legioni, quelli che avevano ispirato.
C’è da augurarsi un uomo della caratura di Elon Musk esca vincitore da questa antichissima e perigliosa tenzone.
Nel suo interesse, certo. Ma soprattutto nel nostro.




Esauriente e completo per capire il personaggio, scritto con una forma veloce ed avvincente si legge con interesse e piacere. Complimenti all’autrice Wittig