Napoli e il quarto scudetto: sì, la “nuttata” può passare

sabato, 24 Maggio 2025
2 minuti di lettura

Se la squadra di Luciano Spalletti si era appuntata lo scudetto con tre mesi di anticipo, dando modo ai tifosi di addobbare con irrefrenabile entusiasmo la città come non si vedeva dai tempi di Diego Maradona, il titolo conquistato venerdì notte ha il crisma del miracolo sportivo. Sorprendente persino per una città abituata a sorprendere con la sua connaturata spontaneità, tipica di un teatro a cielo aperto. «Dudù, noi campiamo di miracoli», rammentava Totò a Nino Manfredi nel memorabile “Operazione San Gennaro”. Qui però, al di là del colore, c’è molto di più, ovviamente. C’è la feroce determinazione con la quale il Napoli è rimasto attaccato all’Inter fino a quando è riuscito, complice un paio di scivoloni dei nerazzurri, a superare gli avversari e a beffarli proprio all’ultima curva. Una caratteristica che solo un fuoriclasse della panchina come Antonio Conte poteva instillare nella squadra, tecnicamente un paio di gradini al di sotto di quella di Inzaghi. Lo scudetto numero 4 del Napoli rompe anche un altro storico tabù, è il primo portato a casa da un tecnico del Sud.

Sarebbe ingeneroso non sottolineare gli straordinari meriti del tecnico leccese. Ha vinto il sesto scudetto con cinque squadre diverse, ha trascinato con rinnovato entusiasmo la squadra e la tifoseria, ancora sotto choc per il pessimo campionato dell’anno scorso, per il lucido cinismo con i quali ha saputo approfittare di alcune circostanze favorevoli quali la fallita rifondazione di Juve e Milan, la leggerezza dell’ultimo periodo, appunto, dell’Inter, e naturalmente una stagione senza coppe. Ha fatto di necessità virtù, ridotto lo spettacolo e capitalizzando i risultati. Si è infilato nella testa dei giocatori in maniera maniacale, continua, martellante, alla base della quale c’è la cultura del lavoro: «Odio perdere a carte anche con mia figlia…».

Ha festeggiato il suo successo personale abbandonando il gabbiotto da “recluso” per via della squalifica e precipitandosi in campo per abbracciare uno per uno i suoi giocatori: da big rom Romelu Lukaku all’alieno arrivato da Manchester, tale Scott Tominay, ribattezzato dai tifosi McFratm (mio fratello). E’ stato un regalo d’addio come si mormora da diverso tempo negli ambienti del club? Può darsi, considerando i rapporti non proprio idilliaci con De Laurentiis, ma ora bisogna festeggiare, manca ancora il giro nel bus scoperto come si confà ai festeggiamenti di un grande club.

E Napoli? La città ha risposto da par suo, pur avendo poco tempo per festeggiare, non si è fatta trovare impreparata. All’ora X, 22,48, del 23 maggio 2025, sugli spalti, per le strade, nelle piazze, davanti ai maxischermi è scoppiato il delirio per una versione bis del Capodanno. Ma dov’erano un minuto prima? Semplicemente appostati dietro ai portoni e alle finestre pronti a esplodere: botti, clacson, urla, cori; auto e pulmini stipati all’inverosimile dai quali svolazzano bandiere e sciarpe, che incrociano decine di moto particolarmente “sovraffollate” per l’occasione. Non è caos, è un insieme di frastuoni sovrapposti, quasi una magia, riflette ammirato un gruppo di turisti finiti nel bel mezzo della bolgia. Perché a Napoli, il calcio è una cosa seria, è una religione, quelli che alcuni antropologi hanno ribattezzato un rito maradoniano. Perché in città tutto riporta al Pibe de oro: da quello che era lo stadio San Paolo al suo murale nel cuore dei Quartieri Spagnoli, capace di attrarre migliaia di turisti in una zona fino a qualche anno fa praticamente inaccessibile.

Cosa manca? Il gioco del lotto. Impazza l’ambo dello scudetto: 72 la meraviglia, 20 la festa. Sì, anche a Napoli la “nuttata” può passare.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.