Iran sotto attacco, nuove fibrillazioni per l’economia globale: quali conseguenze

domenica, 15 Giugno 2025
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Poche ore, se non minuti, dopo l’attacco di Israele all’Iran l’indice delle borse asiatiche ha cominciato a flettere; in mattinata la tendenza è continuata con quelle europee. Ecco, il nuovo fronte militare che destabilizza ulteriormente la regione mediorientale è fattore di nuova preoccupazione per le istituzioni internazionali, dalla Bce al Fmi fino alla Banca Mondiale, perché si tratta di un nuovo colpo all’economia globale. L’obiettivo è ora prendere delle contromisure per gestire le dirette conseguenze.

Una spirale negativa cominciata con lo scoppio della guerra in Ucraina, ormai tre anni fa, a cui si sono aggiunte le tensioni e i conflitti in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, quest’ultima in piena crisi umanitaria. Cresce il livello di incertezza e aumentano i rischi per la crescita e la tenuta del sistema degli scambi commerciali, già penalizzato dalla politica di Trump, pericolosamente ondivaga, sui dazi.

Se l’impatto dell’attacco all’Iran è stato subito evidente per i mercati finanziari, le ripercussioni sull’economia reale saranno quantificabili solo nel tempo. Un altro dato essenziale che va considerato è l’effetto delle sanzioni, che sono attualmente l’unico strumento possibile, anche se non sempre efficace, per esercitare pressioni su chi aggredisce un altro Paese, nel caso della Russia, o su chi non rispetta gli accordi internazionali, nel caso dell’Iran. Il problema delle sanzioni, in generale, è sempre lo stesso: possono colpire, più o meno duramente, un bersaglio, ma si portano sempre dietro conseguenze che si riverberano su chi le impone.

Quali sono, in concreto, le conseguenze facilmente pronosticabili sul piano economico alla luce del conflitto tra Israele e Iran? Presumibilmente tre: l’aumento dei prezzi dell’energia, la contrazione delle esportazioni, l’insicurezza sulle catene di approvvigionamento. La prima questione, quella dell’energia, riporta in primo piano il livello di indipendenza dell’Italia dall’estero. Gli sforzi fatti per ridurre le committenze alla Russia hanno contribuito a esporre il Paese su altri fronti. A oggi, quasi un terzo delle forniture di gas e petrolio arriva dal Medio Oriente. La salita del prezzo del petrolio, in particolare, ha conseguenze immediate sia sull’inflazione, e quindi sui prezzi al consumo, sia sui costi di produzione. Un problema ulteriormente aggravato dalla sistematica instabilità politica dei Paesi da cui arrivano forniture alternative, come quelli africani.

Da un punto di vista commerciale, la guerra coinvolge due mercati strategici per l’Italia. Da un lato Israele, verso cui il Paese esporta beni per oltre 3,3 miliardi di euro l’anno, con una bilancia commerciale storicamente favorevole e una domanda in crescita soprattutto nei settori meccanica, arredamento, farmaceutica e automobile. Dall’altro, l’intera area mediorientale che rappresenta un mercato da oltre 25 miliardi di euro per l’export italiano, pari al 4,1% del totale nazionale.

L’allargamento del conflitto rischia di invertire questa tendenza e le imprese italiane potrebbero trovarsi di fronte alla flessione della domanda, alla difficoltà logistiche e ai maggiori costi assicurativi. Anche l’importazione di materie prime e componenti da Israele potrebbe ovviamente subire rallentamenti, con effetti a cascata su intere filiere produttive.

Oltre ai rischi diretti legati a energia ed export – osserva il sito specializzato Money – la crisi Israele-Iran aggraverà le tensioni sulle rotte commerciali mondiali. Il Mar Rosso, già teatro nel 2024 di attacchi ai cargo da parte degli Houthi sostenuti dall’Iran, è diventato un punto critico per il commercio globale e per l’Italia, che partecipa attivamente alla forza internazionale per la sicurezza dell’area. Ogni nuova escalation aumenta infatti i rischi per le navi commerciali, con ritardi nelle consegne e costi di trasporto in crescita. Le imprese italiane, in particolare quelle attive nelle esportazioni verso Asia e Africa, devono fronteggiare una doppia minaccia: da un lato la volatilità dei prezzi energetici, dall’altro l’incertezza sulle rotte logistiche coinvolte.

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