Trump vuole offrire una via d’uscita all’Iran (con l’aiuto di Putin)

martedì, 24 Giugno 2025
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Il colorito e irato commento di Donald Trump all’indirizzo di Israele e Iran («non sanno che caz… fanno») non è solo l’irritazione della superpotenza globale per l’”indisciplina” delle potenze regionali, è anche, a suo modo, l’espressione di un piano che evidentemente il tycoon ha in testa, e che teme possa andare in fumo per le intemperanze dei soggetti direttamente interessati.

Con buona pace di quanti scrivono, in questi giorni, che il presidente americano agisce in mondo estemporaneo e al solo scopo di non lasciare a Benjamin Netanyahu il ruolo di protagonista unico, accade invece che “The Donald” una strategia ben chiara ce l’abbia in mente. L’obiettivo è costringere l’ayatollah Khamenei al negoziato. Ed è proprio questo che spiega l’intervento americano sull’Iran nella notte tra sabato e domenica, indipendentemente dal fatto che le superbombe sganciate dai B-2 su Fordow abbiano o meno ridotto il potenziale nucleare di Teheran. In questa strategia, un ruolo di primo piano spetta a Vladimir Putin. Proprio oggi il presidente Usa ha dichiarato di aver ricevuto una telefonata dal presidente russo, il quale lo avrebbe informato della sua intenzione di aiutarlo nella gestione del dossier iraniano.

Non è una affermazione buttata lì per caso, ma il segnale che qualcosa potrebbe muoversi a breve dalle parti di Mosca. Questa ipotesi è avvalorata dalla tiepida accoglienza riservata ieri da Putin al ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi. Nulla più di una scontata solidarietà al rappresentante di Teheran e di una altrettanto scontata condanna dei raid israelo-americani sull’Iran, definiti dallo “zar” «ingiustificati». Non c’è stato neanche un mezzo accenno alla possibilità di un aiuto militare russo a Teheran.

Che cosa potrebbe fare in concreto Putin per Khamenei? Potrebbe fare in modo che un’eventuale rinuncia iraniana all’arricchimento dell’uranio non appaia come una disfatta politica. In sostanza, il leader russo entrerebbe in gioco come “garante” di un Iran ridimensionato sotto il profilo geopolitico, cosa che potrebbe anche permettere la sopravvivenza della Repubblica Islamica nel suo attuale assetto.

La Guida Suprema potrebbe certo rifiutare un simile compromesso, continuando la guerra con Israle e attaccando le forze americane. Ma sarebbe una via altamente rischiosa. L’Iran è di fatto isolato: Houthi e Hezbollah sono ormai armi spuntate. Né il regime degli ayatollah potrebbe reggere troppo a lungo, economicamente e militarmente, il confronto con uno Stato di Israele direttamente appoggiato dall’America. Prima o poi sarebbe inevitabile il temuto (ma da tanti auspicato) cambio di regime a Teheran.   Ed è significativo che, sempre oggi, Trump abbia affermato che gli Usa non sono intenzionati a cacciare gli ayatollah dai loro posti di comando.

Ma qual è, a questo punto, la reale convenienza di Putin ad aiutare Trump nelle tenere buoni Khamenei e i suoi?  Il motivo è già trapelato nei giorni scorsi: uno scambio tra Medio Oriente e Ucraina. Putin è assai più interessato ai confini occidentali della Russia che non al Golfo Persico. E non c’è solo l’Ucraina: ci sono anche le rotte artiche e il futuro dell’energia, tutte materie che possono essere oggetto di un accordo generale tra Mosca e Washington.

Non è naturalmente detto che alla fine si giunga a una cessazione delle ostilità tra Israele e Iran. Gli animi sono surriscaldati e l’adrenalina scorre a fiumi. Ma, in questo momento, il soggetto debole della sfida a tre è Khamenei. Sia Trump (direttamente) sia Putin (implicitamente) gli stanno offrendo una via d’uscita. Tutto passa anche dalla capacità di Trump di frenare il bellicismo di Netanyahu e di indurlo a più miti consigli. Ma una partita s’è iniziata. E i prossimi giorni saranno decisivi.

 

 

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