Il vertice europeo di metà anno porta a casa risultati modesti, manifestando, se ce ne fosse ancora bisogno, crepe e divisioni interne tra i Paesi membri con le solite maggioranze variabili a seconda dell’argomento all’ordine del giorno. Sulle conclusioni concernenti l’Ucraina, per esempio, manca l’Ungheria. Secondo Viktor Orban l’adesione di Kiev all’Unione «ci trascinerebbe in guerra». Sull’accordo di associazione Ue-Israele e la sua eventuale sospensione per la violazione dell’articolo 2, gli stati restano divisi e continueranno a discutere: l’appuntamento rimandato al prossimo Consiglio degli Affari esteri.
Come poi finanziare l’aumento delle spese per la difesa che si prospetta di qui al 2035, al di là delle roboanti dichiarazioni di circostanza, resta una questione insoluta, mentre nei negoziati commerciali con gli Usa la trattativa potrebbe entrare finalmente nel vivo, con l’arrivo dell’attesa controproposta dagli Usa. Il dibattito in materia di sicurezza e difesa ha fatto seguito al summit dell’Aja, dove sono state prese decisioni rilevanti, con l’impegno degli stati membri, appunto, a portare al spesa militare e per la sicurezza al 5% del Pil entro il 2035.
Anche se l’obiettivo Nato, come ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, non prevede obiettivi intermedi, si tratta comunque di un livello di spesa molto alto, specie per quei Paesi che hanno scarsi margini di manovra nel bilancio e che, probabilmente, dovranno tagliare la spesa sociale per finanziare quella militare. Una scelta politicamente ed elettoralmente molto rischiosa per qualsiasi governo. Il nodo è come finanziare i continui aumenti di spesa per la difesa che i governi dovranno sostenere. Da dove arriveranno i soldi necessari al riarmo che l’Europa ora dovrà perseguire per recuperare il divario rispetto alle altre potenze accumulato dalla fine della Guerra Fredda? A oggi tutti gli strumenti di spesa sono nazionali, come nazionale è la competenza nella difesa. L’unica misura europea è l’Edip, che ha una dotazione minima, circa 1,5 mld di euro. Per Germania e Olanda, l’idea che si possa fare debito comune per la difesa resta un tabù, non c’è alcuna possibilità che venga varato un programma finalizzato di eurobond.
Tuttavia, due Paesi “ex Frugali” come Finlandia e Danimarca hanno cambiato posizione su questo punto, perché si sono resi conto che le risorse pubbliche di cui dispongono sono limitate, troppo per far fronte alla necessità di riarmarsi davanti alla minaccia russa. La stessa premier danese Mette Fredriksen, già rappresentante dei Frugali, di fronte alla prospettiva evocata da Trump di annettere la Groenlandia, ha invitato a “spendere, spendere, spendere” nella difesa. Il premier spagnolo Pedro Sanchez, diventato agli occhi di Trump la pecora nera della situazione, ha ricordato che la sicurezza e la difesa sono beni pubblici europei, pertanto bisogna che siano finanziati in modo comunitario, con risorse europee. Il tema tornerà sul tavolo, dato che la difesa è destinata a diventare un punto fisso dei summit, come le migrazioni.
I leader hanno parlato anche di commercio, e in particolare delle trattative con gli Usa volte ad evitare l’imposizione duratura di pesanti dazi sulle importazioni dall’Ue. Il termine fissato dagli Usa è il 9 luglio, anche se la scadenza potrebbe essere prorogata per dare più spazio alle trattative, che vengono condotte dal commissario al Commercio Maros Sefcovic. Entro il 9 luglio era considerato fattibile, al limite, un accordo di massima. Von der Leyen ha confermato che è arrivata una controproposta dagli Stati Uniti d’America e che l’Ue è pronta a fare un accordo con gli Usa. Sia il Merz sia Macron hanno auspicato un’intesa “rapida” con Washington. Le trattative non possono durare “in eterno”, ha sottolineato il presidente francese. Nelle conclusioni il debito comune non viene citato, ma Italia, Francia e Spagna hanno un interesse convergente e non hanno intenzione di lasciar passare in cavalleria una questione così centrale. Su Gaza, infine, si registra la posizione del presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa: «Israele è un amico, ma con gli amici dobbiamo essere sinceri. Il dossier presentato dall’alto rappresentante Kaja Kallas è chiaro, ci sono violazioni sistematiche dei diritti umani. Abbiamo chiesto a Kallas di portare al prossimo Consiglio degli Affari Esteri delle opzioni e nel mentre chiediamo a Israele di mettere fine al blocco a Gaza e di terminare gli insediamenti illegali in Cisgiordania».



