Ursula von der Leyen ce l’ha fatta. La mozione di sfiducia presentata dall’europarlamentare romeno dell’Ecr (i conservatori), Gheorghe Piperea, è stata respinta nella seduta plenaria del Parlamento di Strasburgo con 360 voti contrari, 175 favorevoli e 18 astenuti.
Un risultato scontato, ma la presidente della Commissione Ue è riuscita a evitare l’astensione dei socialisti e democratici, risultato niente affatto scontato. Il gruppo dei S&D (il vecchio Pse) è stato fino all’ultimo in dubbio se votare l’astensione. Un simile eventualità non avrebbe comportato la sfiducia alla von der Leyen, ma avrebbe certo rappresentato una sonora sconfessione politica.
Diciamo che, sul piano dei numeri, Ursula mantiene inalterato il suo potere. Anzi, è anche più forte visto che gli europarlamentari di FdI non hanno partecipato al voto e si sono pertanto mossi in dissonanza con il resto del gruppo dei conservatori, che ha a sua volta detto sì alla mozione di sfiducia. I deputati europei di Giorgia Meloni hanno motivato questa loro scelta affermando che, dire sì alla sfiducia a Ursula, avrebbe comportato di fatto votare contro il commissario italiano (FdI) Raffaele Fitto. E ciò non sarebbe stato ammissibile. Formalmente, la mancata partecipazione al voto toglie gli europarlamentari meloniani da ogni imbarazzo, ma di fatto li avvicina ulteriormente al Ppe, allontanandoli politicamente dall’area sovranista del Parlamento di Strasburgo, area composta dal gruppo dei Patrioti e da buona parte dei conservatori dell’Ecr.
Va però detto che il presidente dei popolari europei, Manfred Weber, persegue da tempo una strategia dell’attenzione nei confronti delle destre, in particolare sulla revisione delle politiche green e sulle barriere all’immigrazione illegale. Tale politica sta suscitando la reazione contraria dei socialisti, che accusano il capogruppo popolare di voler costruire una maggioranza di destra alternativa a quella attuale.
L’esito odierno non risolve al dunque i problemi di Ursula. La sua posizione politica rimane debole. All’interno dell’Unione si sono aperte (e si stanno aprendo) fratture che la presidente della Commissione non sembra al momento in grado di gestire. Le divisioni sull’agenda green, pur importanti, sono in fondo le meno ardue. E ciò perché riguardano visioni e sensibilità essenzialmente ideologico-politiche.
Più complicate sono invece le contrapposizioni tra i vari interessi nazionali. La prima di queste riguarda l’atteggiamento da assumere nei confronti della minaccia americana dei dazi. A contrapporsi in questo caso sono, da un lato, i Paesi fortemente dipendenti dalle esportazioni come l’Italia e al Germania e, dall’altro, i Paesi che non verrebbero viceversa toccati più di tanto dalle tariffe doganali trumpiane, come la Spagna e la Francia. Il primo gruppo punta su un accordo a breve, anche cedendo qualcosa, ma a condizione di restituire al più presto certezza alle imprese e al mercato. Il secondo gruppo è invece fautore di una linea più intransigente nei confronti di Trump, anche a costo di dilatare il braccio di ferro Europa-Usa, con tutte le conseguenze economiche del caso. In queste condizioni, il potere negoziale della Commissione Ue risulta fatalmente indebolito.
Un’altra grande spina per la von der Leyen viene dal virtuale e progressivo abbandono degli accordi di Schengen. In questi giorni, diversi Paesi stanno reintroducendo i controlli alle frontiere. Per l’ideale europeo della libera circolazione delle persone è un duro colpo. I vari governi hanno deciso il giro di vite a causa della pressione crescente delle rispettive opinioni pubbliche nazionali che sono contrarie all’immigrazione.
Ma lo scoglio più duro attende la presidente della Commissione il 16 luglio, quando dovrà presentare il bilancio pluriennale per il settennato 2028-2034. In questi giorni sta montando la protesta nei confronti di Ursula che è accusata di una gestione accentratrice ma in definitiva minimalista. In realtà il problema è più sottile e più profondo, dal momento che riguarda il reperimento delle risorse per le politiche di coesione e per le nuove priorità come la difesa e la competitività (la famosa Agenda Draghi). Ci sarebbe bisogno di fondi aggiuntivi, ma la presidente non se la sente di chiederli ai governi nazionali.
L’Europa avrebbe bisogno di un colpo d’ala, di una visione ampia e coraggiosa riguardo alle sfide che deve sostenere per superare i ritardi accumulati in questi anni rispetto a grandi potenze tecnologiche come l’America e la Cina. Ursula von der Leyen non riesce a imporre un’idea e una prospettiva capaci di superare le angustie del piccolo cabotaggio politico.
Purtroppo il vecchio continente non produce più leader visionari e carismatici come un tempo. E i risultati si vedono. La politica del corto respiro non è in fondo che gestione quotidiana della decadenza.



