Sanzioni ad Albanese, Gaza e Medioriente. Parla l’esperto di Ispi Luigi Toninelli

martedì, 15 Luglio 2025
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Onu

Se l’intricata tela della questione mediorientale si infittisce sempre di più, ad aggravare le cose anche l’ultima stangata data alla candidata al Nobel Onu italiana Francesca Albanese da parte degli Stati Uniti che hanno letteralmente zittito la diplomatica e le sue grida di appello contro il genocidio compiuto da Israele a Gaza con delle sanzioni.  La delegata Onu aveva chiaramente scoperchiato forse un vaso di Pandora che non era andato giù agli Usa di Trump rei di complottare con Israele ai danni delle vittime di una guerra ingiusta. E mentre sui tavoli del potere si gioca a metter su la tela dei negoziati per ora lontani, non si arresta la scure oltranzista e l’espansione dell’esercito dell’Idf nella Striscia, gli attacchi sono continui l’ultimo stanotte ad un campo profughi e la popolazione è sempre più schiacciata e vessata e costretta a fare una marcia coatta verso il sud dove verrà secondo i piani trasferita in massa. Di questo e di altro ne abbiamo parlato con Luigi Toninelli analista di Ispi e specializzato sulla questione mediorientale.

Dal 2022 Francesca Albanese è Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, nei giorni scorsi è stata attaccata dall’amministrazione Trump che l’ha sanzionata e lei afferma che: “Gli Usa violano la convenzione di Vienna e l’Ue continua a mantenere una posizione grave verso i territori. Lei cosa ne pensa? 

Le sanzioni contro Francesca Albanese rappresentano un precedente pericoloso e sembrano configurarsi come un chiaro tentativo di screditare e mettere a tacere chi assume posizioni scomode. Il suo caso è diventato rilevante nel dibattito pubblico soprattutto perché ha coinvolto una cittadina italiana ma non è di certo il primo. Già un mese fa erano stati colpiti quattro giudici della Corte penale internazionale per il loro ruolo nell’emissione di mandati di arresto contro esponenti israeliani e nelle indagini sui crimini di guerra statunitensi in Afghanistan. Albanese è stata sanzionata per il suo impegno nel denunciare le gravi violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione palestinese. Il fattore scatenante di questa campagna contro la relatrice italiana sembra essere stato un rapporto pubblicato a fine giugno, in cui si evidenziavano i legami tra oltre sessanta aziende – tra cui importanti multinazionali tecnologiche statunitensi – e il movimento dei coloni israeliani. Un movimento che opera in violazione del diritto internazionale e si rende responsabile di violenze sistematiche controla popolazione civile palestinese. Al di là del fatto che Washington possa aver interpretato le parole di Albanese come un attacco diretto alle proprie politiche e ai propri interessi, ciò che appare evidente è come questo sia l’ennesimo atto di forza ingiustificato da parte dell’amministrazione americana.

E’ auspicabile un dietro front da parte degli USA, secondo lei cosa succederà? 

Difficile pensare, oggi, che qualcosa possa realmente cambiare. Servirebbe un intenso lavoro diplomatico per modificare l’approccio adottato da Washington, ma al momento il silenzio delle autorità italiane non appare incoraggiante – a meno che, come già accaduto in passato, non si stia lavorando dietro le quinte. Tuttavia, anche questa possibilità sembra remota. Ci tengo però a sottolineare un fatto emblematico: a poche ore dall’imposizione delle sanzioni contro Francesca Albanese, il gruppo islamista siriano Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) è stato rimosso dalla lista statunitense delle organizzazioni terroristiche. Sebbene i due eventi non siano collegati, rappresentano entrambi un chiaro esempio di come principi che un tempo sembravano intoccabili – come la lotta al terrorismo, la difesa dei diritti umani e il rispetto del diritto internazionale – vengano piegati sempre più alle esigenze politiche del momento. 

Sul fronte Gaza e territori di guerra e gli attacchi ostinati di Israele contro i civili, stavolta ad essere colpiti anche i bambini che si rifornivano acqua e beni di prima necessità. Che scenario si aprirà? Nethanyau vuole dirottare i civili a sud della Striscia, riuscirà nel suo intento, quale sarà l’epilogo?  

Anche in questo caso, non sembra profilarsi nulla di buono all’orizzonte. Il piano israeliano appare orientato verso l’annessione di ampie porzioni della Striscia di Gaza e verso una progressiva pulizia etnica ai danni del popolo palestinese. Il livello di assuefazione alle atrocità della guerra e alle violenze sistematiche sembra ormai tale da neutralizzare qualsiasi approccio alternativo, ogni spinta diplomatica, ogni appello alla giustizia sembra cadere nel vuoto. Le pressioni dell’Occidente, tardive e forse mai realmente assertive, stanno producendo effetti minimi. La proposta di cessate il fuoco, per come è formulata, sembra limitarsi a poco più che uno scambio: la liberazione degli ostaggi israeliani in cambio del rilascio di prigionieri palestinesi e dell’ingresso di aiuti umanitari a Gaza. Ma manca del tutto un piano credibile per garantire una statualità palestinese o per arrestare la catastrofe umanitaria in corso. L’approccio più efficace, almeno in teoria, sarebbe quello di attivare una catena diplomatica in cui i Paesi del Golfo esercitino pressioni su Washington, affinché quest’ultima spinga realmente Tel Aviv per fermare la sua guerra. Purtroppo però non è questo il contesto. Qualcosa, nel meccanismo internazionale, si è rotto e a pagarne il prezzo sono coloro che muoiono di fame o sotto i colpi di chi, in teoria, dovrebbe portare loro da mangiare.

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