Gaza, altro raid sanguinoso a Deir al-Balah. Si aggrava l’emergenza umanitaria: decine di morti per fame

lunedì, 21 Luglio 2025
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Gaza

La giornalista palestinese Bayan Abu Sultan, ferita in uno dei tanti raid dell’esercito israeliano, ha il volto coperto di sangue. Sulla sua maglietta, bagnata di sangue, c’è scritto «normal is boring», «la normalità è noiosa». L’ironia nera palestinese è una delle tante forme di resistenza. Intorno a lei e all’enorme cratere, giovani uomini portano via i corpi delle vittime. «Stavo andando al café per usare internet, ero a pochi metri quando c’è stata l’esplosione – racconta alla Bbc il cameraman Aziz Al-Afifi – i miei colleghi erano là, persone che vedo ogni giorno. La scena era orribile: corpi, sangue, urla ovunque». Per la giornalista poche ferite superficiali al volto e al braccio, schegge, in attesa del prossimo missile o bomba israeliana da schivare.

Il tiro al piccione sulla Striscia di Gaza voluto da Bibi Netanjahu prosegue incessante, indiscriminato, sempre più violento. Così migliaia di palestinesi in fila per un tozzo di pane continuano a cadere come mosche. È la volta di Deir al-Balah, nel centro della Striscia di Gaza. All’ordine di evacuazione di tutta quell’area, diramato ieri dall’esercito israeliano, è puntualmente seguito in mattinata l’assalto aereo e terrestre alla città. La zona è popolata da migliaia di sfollati provenienti da Rafah e Khan Younis, nel sud di Gaza. Giornalisti locali hanno riferito alla Bbc che i carri armati e i veicoli militari israeliani si sono spinti in città dal checkpoint di Kisufim sotto la copertura dell’artiglieria pesante e dei caccia. Si contano già centinaia di morti. Si stima che l’ordine di evacuazione di Deir al-Balah colpisca direttamente tra i 50mila e gli 80mila palestinesi attualmente residenti nell’area, con un migliaio famiglie già fuggite.

L’assistenza umanitaria resta paradossalmente un grosso problema. I quattro centri della Gaza Humanitarian Foundation – scrive il Corriere – sono entrati in funzione dal 26 maggio con l’obiettivo dichiarato di sostituirsi a quelli dell’Onu e da allora gli spari contro la popolazione in attesa sono cronache quotidiane. Secondo l’Onu, vi sarebbero già morti oltre mille palestinesi. Israele replica di avere distribuito più di 70 milioni di razioni alimentari e che gli spari sono generalmente contro i “terroristi” di Hamas, che cercherebbero di rubare il cibo e intralciare gli aiuti. I racconti della gente del posto parlano invece di vere e proprie “trappole” caotiche, in cui i soldati aprono il fuoco a piacimento.

«Le nostre squadre di Gaza sono di nuovo rimaste senza cibo. Abbiamo finito tutte le riserve e i nostri camion sono fermi alla frontiera – spiega intanto la Ong World Central Kitchen (WCK) dello chef spagnolo José Andres, annunciando lo stop alla distribuzione di pasti sulla Striscia di Gaza per la mancanza di materia prima, poiché i tir con le forniture sono sottoposti al blocco israeliano. La Ong segnala che continua a distribuire pane e acqua potabile, ma la gente di Gaza ha bisogno di pasti caldi. Sabato abbiamo servito oltre 80mila pasti e siamo pronti per tornare a cucinare non appena i camion con gli aiuti potranno arrivare in sicurezza alle nostre cucine da campo. Siamo rimasti di nuovo senza cibo a Gaza – prosegue Andres – le nostre squadre coraggiose segnalano un significativo deterioramento della sicurezza e la nostra capacità è gravemente compromessa. Molte famiglie innocenti necessitano disperatamente di mangiare – aggiunge nell’appello – abbiamo bisogno di rotte sicure, convogli più piccoli e la libertà di poter viaggiare in orari sicuri per poter alimentare la gente con pasti caldi».

Si muove anche la Chiesa: «Stiamo cercando in tutti i modi di far arrivare aiuti. Ma la stragrande maggioranza della popolazione non ha nulla: né cibo, né acqua – dice padre Gabriel Romanelli, il parroco della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza, ferito nell’attacco di giovedì scorso – in questi giorni, ad esempio, la temperatura percepita è di 42 gradi. La gente è stremata, disperata, e i bombardamenti continuano. In tutto questo buio, la Chiesa si adopera affinché qualcosa possa arrivare. Ma finora, purtroppo, non ci siamo riusciti. Speriamo nei prossimi giorni, ma la situazione è molto grave».

Alla Casa Bianca cominciano a serpeggiare i primi malumori sulla sanguinosa campagna di Gaza promossa da Netanjahu: «Si è comportato come un pazzo. Bombarda tutto, in continuazione. È come un bambino che non si sa comportare». Ma la pensa così anche Donald Trump?

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