La Milano governata da Giuseppe Sala è l’emblema delle contraddizioni italiane. È la grande metropoli dove l’aspirazione a una modernità senza scrupoli convive con la proliferazione dei campi rom abusivi. Da uno di questi campi sono usciti i ragazzini, tra i 13 e gli 11 anni, che l’altro giorno hanno investito e ucciso una settantunenne a bordo di un’auto rubata.
Grazie alla loro giovanissima età, quei ragazzini non possono essere puniti. La legge prevede infatti che, al di sotto dei 14 anni, non ci sia capacità di intendere e di volere. Ma questo non fa altro che aumentare la rabbia. Il figlio di quella povera donna non si dà pace. «Questa tragedia – ha detto in un’intervista – non è giustificabile con la sfortuna. Si è arrivati qui perché non siamo tutelati. È inquietante».
A quell’uomo, che ha perso la madre in modo tanto assurdo, non si può raccontare la favola bella dell’integrazione sociale delle minoranze etniche, la favola che da decenni viene dispensata da giornali buonisti e da politici progressisti. Questa favola ha coperto la paralisi della politica, l’incapacità di decidere, l’inazione eretta a sistema di governo. Perché, dell’integrazione, per decenni, non s’è vista neanche l’ombra, s’è visto solo il degrado crescere a dismisura, insieme con la violenza e il senso di insicurezza delle persone. E anche dopo questa tragedia si continua a sbagliare: quei piccoli delinquenti sono stati riaffidati alle famiglie invece di essere trasferiti in strutture protette in cui poter crescere con gli adeguati strumenti formativi e con la giusta educazione ai valori della convivenza civile.
Certo a quell’uomo addolorato non può essere raccontata nemmeno la favola truce di Matteo Salvini che ieri, a commento di questa triste vicenda, ha ripreso il vecchio cavallo di battaglia delle “ruspe” e ha ruggito che i campi rom dovrebbero essere «spianati». Lo sa perfettamente, il leader della Lega, che una cosa del genere non potrà mai accadere. E lo sa anche quella fetta di opinione pubblica che lo segue. È solo uno sfogo alla rabbia. Ma, come tale, fa effetto solo per qualche istante. Dopodiché si torna ai problemi, duri e intricati come prima.
Però, se non si può “punire” nessuno in modo esemplare, se non si possono radere al suolo i campi rom dalla sera alla mattina, se non ci si può consolare con la melassa dell’integrazione dei rom (che non avverrà mai), si può almeno cercare di trarre da questa sconsolante vicenda il giusto insegnamento, ipotizzando una linea di azione possibile.
E allora il punto di partenza non può che essere la considerazione che questa tragedia è esplosa nella stessa Milano che vede inquisito il gotha dell’imprenditoria edile insieme a una fetta dell’amministrazione comunale. La Milano da bere del sindaco Sala e di quel manipolo di grandi costruttori che nel giro di pochi hanno edificato grattacieli aggirando regole e controlli è la stessa Milano che ha visto l’abbandono delle periferie, l’esodo del ceto medio per l’alto costo della vita, la crescita della delinquenza di strada, il degrado della vita urbana e, appunto, la proliferazione dei campi rom.
Quando è partita l’inchiesta della Procura sugli abusi e le irregolarità nelle concessioni edilizie e sulla complicità tra chi controlla e chi è controllato, la maggior parte dei giornali ha cercato di consolare il pubblico magnificando le sorti della città dei grattacieli all’avanguardia in Europa.
Non ci si è accorti che proprio lì stava il problema, il problema di una crescita verticale (i grattacieli appunto) che dimenticava la cura della qualità della vita dei cittadini. E non è certo un caso se questa Milano ha esibito un segno politico progressista. Per la città governata dal Pd era una preoccupazione da reazionari, populisti e razzisti guardare con più attenzione alle periferie disseminate di campi rom. Era roba di “destra” chiedere più controlli, più autorità, più presenza della politica ai margini della città.
Ora i nodi sono venuti al pettine. Milano riflette su sé stessa. Ne dovrà necessariamente uscire un modello di politica urbana che torni a guardare alla strada prima che all’altezza dei grattacieli. E che non si trastulli più con favole improbabili.



