Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi fanno sul serio. Dal palco dell’annuale riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, parlano di nuovo ordine mondiale. Circondati dai leader di un’altra ventina di leader di paesi emergenti euroasiatici e da due attori tutt’altro che irrilevanti come Iran e Turchia, i capi dei tre giganti globali auspicano un rapido cambio di paradigma ricordando all’Europa l’inevitabile cambiamento dello scenario internazionale. Il cosiddetto Sud del Mondo, che pesa per il 24 per cento del Pil globale, vuole contare di più e in prospettiva raggiungere un rapporto paritario con l’Occidente. Naturalmente sotto l’ombrello confortevole e rassicurante del Dragone.
Gonfia il petto soprattutto Vladimir Putin, reduce dal successo del bilaterale in Alaska con Trump, che continua a snobbare gli appelli e le pressioni del Vecchio continente affinché ordini la tregua in Ucraina e renda note le condizioni per incontrare Volodymyr Zelensky. Da Tianjin (città che conserva ancora le tracce della presenza italiana) striglia l’Europa: «Il militarismo giapponese viene rianimato con il pretesto di immaginarie minacce russe o cinesi, mentre in Europa, Germania inclusa, si stanno compiendo passi verso la rimilitarizzazione del continente, con scarsa attenzione ai parallelismi storici. Ci aspettiamo che il vertice dia all’Organizzazione un nuovo, potente slancio per contribuire a plasmare un ordine mondiale multipolare più equo».
Pur assenti, gli Usa sono al centro dell’attenzione e rappresentano il convitato di pietra per le scosse tariffarie volute Donald Trump, insieme alla guerra russa all’Ucraina e alle tensioni in Medio Oriente, vista la presenza del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. I dazi del tycoon sono destinati a tenere banco e offrono a Xi l’opportunità di spingere i piani di un nuovo ordine internazionale sinocentrico. Con le tre “Iniziative globali” su sicurezza, sviluppo e civilizzazione, Xi sfida l’Occidente con la visione di ascesa cinese ben diversa, ovviamente, dagli egemoni del passato.
Ma non sarà facile comunque armonizzare le strategie di tutti i protagonisti di Tianjin. Modi è arrivato in Cina proprio dal Giappone dove ha siglato accordi strategici e commerciali, dopo aver sottoscritto con Trump al 50% sui prodotti di Nuova Delhi per l’acquisto di petrolio russo. La mossa inverte così decenni di politiche sull’India, contrappeso democratico alla Cina. Lo tsunami tariffario Usa ha spinto Modi a fare concessioni a Pechino in una fase in cui i due Paesi hanno riavviato i legami. Anche per questo Modi eviterà di partecipare alla parata militare del 3 settembre a Pechino sulla vittoria nella Seconda guerra mondiale. Una sfumatura non da poco.
Gli altri limiti del vertice sono facilmente intellegibili. Quando Israele ha attaccato l’Iran, l’organizzazione ha emesso una dura condanna degli attacchi, ma l’India ha preso le distanze. Da un lato, Trump ne ha dimostrato la quasi irrilevanza come attore di sicurezza rispetto al peso Usa nella gestione di crisi come quelle tra India e Pakistan, Armenia e Azerbaigian e Cambogia e Thailandia; dall’altro, la strumentalizzazione del commercio da parte del tycoon ha creato nuove dinamiche. L’imposizione di dazi punitivi potrebbe portare i Paesi più potenti della Sco, Cina, Russia e Indi, ad allinearsi maggiormente contro Washington.
Quanto ai rapporti tra Cina e Russia, si sono rafforzati negli ultimi anni e il commercio bilaterale è salito ai nuovi massimi storici. I due Paesi, un tempo ostili, cooperano sulla sicurezza, ma il collante è la percezione comune degli Usa come minaccia. Un avvicinamento in linea col popolare adagio della comunità politica mandarina: «Cina e Russia possono condividere le miserie, ma non la felicità». In più, Pechino ha un’economia incerta e una guerra commerciale con Washington. Da parte sua, la Russia paga l’isolamento dell’Occidente per l’aggressione a Kiev, rendendo il Dragone essenziale alle sue sorti pur a costo di essere un partner minore. Diciamo pure subalterno.
E il padrone di casa? Sarà una settimana di gloria per Xi, scrive il Corriere della Sera, dopo lo show geopolitico di Tianjin, lo attende la grande parata militare di Pechino che mercoledì 3 settembre celebra la vittoria della Cina nella guerra patriottica di liberazione dall’occupazione giapponese. Oltre la coreografia dei reparti che marceranno al passo dell’oca, l’evento va osservato per quattro motivi. Con l’immancabile Vladimir Putin, tra gli ospiti in Piazza Tienanmen siederà il nordcoreano Kim Jong-un; sfileranno alcuni tra i sistemi d’arma più moderni dell’Esercito popolare di liberazione; il comandante in capo Xi terrà un discorso; eventuali assenze tra i generali cinesi potrebbero rivelare nuove purghe tra gli alti gradi.
Il presidente cinese Xi, da gran cerimoniere, ha già avuto modo di criticare «l’egemonismo e la politica della forza che segnano il mondo attraversato da turbolenze e cambiamenti, aprendo i lavori di Tianjin». Ha poi invitato i leader presenti ad «aderire all’equità e alla giustizia contro la mentalità della Guerra fredda, il confronto tra fazioni e il comportamento prepotente nell’ordine mondiale. Noi siamo sempre stati per l’equità e la giustizia internazionale sostenendo la tolleranza e l’apprendimento reciproco – ha aggiunto – guardando al futuro, dobbiamo rimanere con i piedi per terra, andare avanti e svolgere al meglio le funzioni dell’organizzazione rispettando le differenze e mantenendo la comunicazione strategica per costruire il consenso e rafforzare la solidarietà». Un manifesto politico-ideologico piuttosto chiaro.



