Alla corte di Trump: i giganti del Big Tech messi in riga da Donald

venerdì, 5 Settembre 2025
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Sembrava un ricevimento di palazzo imperiale più che una cena di lavoro. Alla Casa Bianca, Donald Trump ha radunato attorno a sé i grandi capi della Silicon Valley: Satya Nadella, Sundar Pichai, Tim Cook, Mark Zuckerberg, Sam Altman, Bill Gates. Tutti presenti, sorridenti e pronti a lodare il presidente con dichiarazioni che avrebbero fatto impallidire i dignitari cinesi davanti a Xi Jinping.
Parole altisonanti: “Grazie per essere un presidente così pro-business e pro innovazione”, ha detto Altman di OpenAI. “È un onore essere qui”, ha aggiunto Pichai di Google. Nadella, da parte sua, si è spinto fino a ringraziare Trump per aver reso “prioritaria la formazione delle nuove generazioni all’uso dell’intelligenza artificiale”. Tutti allineati, tutti ossequiosi, come se la Silicon Valley progressista avesse improvvisamente dimenticato anni di accuse, critiche e scontri con il tycoon.
L’occasione ufficiale era l’iniziativa lanciata da Melania Trump per portare l’intelligenza artificiale nelle scuole americane. Ma il contorno era chiarissimo: un’autocelebrazione del presidente, con i giganti del tech costretti a recitare la parte del coro adulante. La scena non poteva essere più imbarazzante: Zuckerberg, che un anno fa Trump voleva sbattere in galera, costretto a sorridere al suo fianco; Pichai ammutolito mentre il presidente gli rinfacciava cause antitrust “evitate per merito suo”; Cook a elogiare il ritorno delle produzioni in patria come se fosse un ministro del commercio.
L’unico grande assente: Elon Musk. Invito ricevuto, ma declinato. Una scelta che spicca: mentre i colleghi “progressisti” facevano a gara a chi si prostrava di più, Musk ha preferito tenersi alla larga. Forse perché i rapporti con Trump si sono rotti da tempo, forse perché non voleva aggiungere la propria firma a una scenetta che a molti, dentro e fuori Washington, è sembrata un calvario per i partecipanti.
La verità è che, a prescindere dalle frasi di circostanza, i CEO presenti sono sembrati consapevoli di recitare una parte poco dignitosa. L’imbarazzo era palpabile, i sorrisi forzati. Eppure ci sono andati lo stesso. Perché? Perché Trump non è un presidente qualsiasi. È un leader che usa tariffe e regolamenti come una clava, che premia gli amici e punisce i nemici, che può trasformare un sussidio in una partecipazione azionaria statale. Meglio non rischiare.
Ma si sbaglierebbe a vedere solo il lato negativo di questa specie di umiliazione pubblica. Da anni si diceva che i veri padroni del mondo fossero i giganti del digitale, capaci di condizionare governi e mercati e ormai abituati ad agire senza pensare alle conseguenze, anche pesanti, delle loro strategie sulla collettività. E invece questa cena dimostra che la politica, almeno sotto Trump, è tornata a dominare. Dopo un’epoca in cui sembrava che GAFA e dintorni fossero intoccabili, sembra si sia tornati a un’era di sana dialettica tra mercato e potere esecutivo.
Alla fine, Trump ha rivendicato i meriti della sua amministrazione nel rendere “facile” costruire data center per l’intelligenza artificiale, promettendo permessi rapidi ed energia a basso costo. Sullo sfondo, l’iniziativa della first lady Melania, trasformata in un grande palcoscenico politico: un piano educativo sull’IA che le Big Tech hanno subito sostenuto con miliardi di dollari e promesse roboanti, pur di mostrarsi vicine al potere. Da Microsoft, che ha offerto gratuitamente il suo Copilot agli studenti, a Google con un miliardo di investimenti in tre anni, fino a OpenAI con un programma di certificazione per dieci milioni di americani: impegni concreti, certo, ma anche un segnale inequivocabile di come il settore corra a mostrarsi collaborativo quando la Casa Bianca detta l’agenda.

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