L’ineffabile ministro delle Finanze e del Partito religioso sionista Bezalel Smotrich sogna a occhi aperti. In quella striscia di sangue e di morte che porta ancora il nome di Gaza ci vede una miniera d’oro. Un luogo da trasformare in un centro turistico magari a immagine e somiglianza di Mar-a-Lago, la tenuta del beniamino Donald Trump. Un Eldorado immobiliare, l’ha definita, riferendosi al dibattito sul “giorno dopo” la guerra. Non solo.
Intervenendo al vertice sulla rigenerazione urbana organizzato dal Centro immobiliare e dal portale Madlan 2025, ha dichiarato che la ricostruzione della Striscia potrà trasformarsi in un investimento redditizio, rivelando di aver «già iniziato una trattativa con gli americani. La demolizione è fatta, ora bisogna solo costruire». Dichiarazioni che hanno persino irritato Netanyahu, che ha provato a smorzare l’ondata di indignazione.
Quello che frenerà presto l’entusiasmo di Smotrich è la lentezza dell’avanzata dell’esercito israeliano nonostante l’assenza di ostacoli. La conquista di Gaza City procede con quattro raid al giorno ed è coperta dal segreto militare con una manovra terrestre unica nel suo genere e attacchi elaborati mai visti prima, investendo su un risultato che vuole un numero di vittime molto basso. A Gaza i generali dell’Idf stanno mettendo in pratica modalità operative sconosciute ai manuali di strategia: risultati immediati, a fronte però di un progresso lento. I carrarmati procedono indisturbati tra nuvole di polvere gialla, questo è ciò che si vede, e terrorizzano chi è rimasto dopo l’esodo di oltre 400mila gazawi. La contabilità parla di 45 morti, tra cui un operatore di Medici senza Frontiere, il 13mo dall’inizio della guerra.
Hamas, per bocca del funzionario Razi Hamed sopravvissuto al raid di Doha, sfida il presidente degli Stati Uniti: «Non abbiamo paura di Trump quando dice che ci aprirà le porte dell’inferno. Non riceviamo istruzioni da lui su come trattare gli ostaggi nemici. Li trattiamo secondo i nostri valori e la nostra religione. Chiunque voglia liberarli deve ordinare a Netanyahu di concludere un accordo di scambio di prigionieri e fermare la guerra».
Ma com’è possibile, intanto, che ci vogliano ancora tanto tempo e tanti morti? Il gabinetto di sicurezza israeliano stima che i terroristi nel capoluogo, da 2-3mila, stiano addirittura aumentando. Sono comparsi nuovi agenti – scrive il Corriere della Sera – reclutati per attaccare le truppe con guerriglia a sorpresa, ordigni improvvisati, missili anticarro, fuoco di cecchini. Commenta Ron Ben Yishai, il più famoso dei reporter di guerra israeliani, che in Libano scoprì i massacri di Sabra e Shatila: «I combattimenti non sono ancora all’acme. La fase di manovra intensiva deve arrivare, probabilmente a giorni: a quel punto, le truppe entreranno davvero in città. I tank, piazzati finora in periferia, servono per convincere la popolazione a evacuare». I gazawi sfollano troppo lentamente, dicono al ministero della Difesa israeliano, e 600mila sono ancora dentro.
In queste ore emerge la forte inquietudine di Papa Leone XIV sulle vicende del popolo palestinese. In un’intervista alla giornalista Elise Ann Allen per il libro “León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI”, per Penguin, che esce in Perù, il Pontefice sostiene che Israele non risponde neanche agli appelli degli Stati Uniti «anche con una certa pressione, non so quanto grande sia stata dietro le quinte, ma anche dagli Stati Uniti, che sono ovviamente la terza parte più importante che può esercitare pressioni su Israele. Nonostante alcune dichiarazioni molto chiare del governo degli Stati Uniti, recentemente del presidente Trump, non c’è stata una risposta chiara in termini di ricerca di modi efficaci per alleviare le sofferenze della popolazione, degli innocenti di Gaza – dice il Papa – e questo è ovviamente motivo di grande preoccupazione».
E guarda caso, nelle stesse ore, Trump avrebbe dichiarato ai suoi principali collaboratori che il premier israeliano Benjamin Netanyahu lo sta “fottendo”, secondo un articolo del Wall Street Journal, che afferma però che nonostante le frustrazioni è improbabile che il tycoon rompa pubblicamente con Bibi. A sua volta Bibi sta già intensamente pensando al “giorno dopo” la guerra. Sa di essere riuscito nella “spettacolare” impresa di aver isolato Israele dalla comunità internazionale al punto da rinunciare al volo di stato e di preferire un jet privato per raggiungere l’Onu in occasione dell’assemblea generale. «Dovremo risparmiare carburante e fare rotte più lunghe. C’è il mandato d’arresto internazionale dell’Aia». Il futuro di Israele è quello di un paese completamente solo, che si reggerà su un’economia autarchica sul modello di Sparta, l’antica città-stato. Solo, ma autosufficiente, nonostante l’accerchiamento del mondo.



