Il mondo al contrario non è esattamente quello immaginato dal generale Vannacci, ma quello in cui si sta srotolando l’esistenza di una società sempre più priva di valori e di riferimenti. Nella storia recente, questo paese ha conosciuto anche la figura di Salvatore Riina, detto Totò, dal 1982 al 1993 capo dei capi di Cosa Nostra. Il più potente boss di mafia di sempre è morto nel 2017 nel carcere di Parma, mentre scontava, si fa per dire, 26 ergastoli, lasciando in eredità una scia di stragi e di morti. Ebbene, c’è chi come Giuseppe Salvatore, detto Salvuccio, primogenito del boss, teorizza nel suo mondo al contrario, che il boss fosse una persona decisa a combattere il sistema e le ingiustizie sociali, un uomo vero, con la “u” maiuscola. E che la mafia non era in Sicilia, ma a Roma. Riina junior, rientrato a Corleone dopo aver scontato una condanna per mafia di 8 anni, rilascia le proprie riflessioni al podcast “Lo Sperone, in nome del libero pensiero”, condotto da due noti speaker radiofonici, Gioacchino Gargano e Luca Ferlito, ribaltando completamente la narrazione intorno a suo padre, agli anni sanguinosi di mafia, alla stagione delle stragi.
A differenza del padre che amava il bassissimo profilo, Salvuccio cerca la provocazione e ci riesce incassando decine di commenti di sostegno. Nelle parole del primogenito del padrino non c’è alcuna analisi critica verso la famiglia né il pentimento per i crimini commessi dal boss.
Ciò che racconta ai conduttori del programma non sono dei punti di vista, che sarebbero ovviamente di parte, ma sentenze assolute: «Mio padre non ha mai ordinato l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Giovanni Falcone, quando l’hanno ammazzato, non dava più fastidio alla mafia o a Totò Riina, ma ad altri dietro le quinte. L’antimafia è un carrozzone composto da gente che ha bisogno di stare sotto i riflettori».
Per Salvuccio, il padre era serio, onesto, manteneva la parola data e pensava alla sua famiglia. Ripete di non averlo mai visto compiere un atto di violenza o tornare a casa con una pistola in mano e sporco di sangue, dimentico delle decine di condanne inflitte al boss. Secondo lui è stato arrestato perché dava fastidio al sistema, come Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro perché erano malati e non servivano più a quelli di Roma.
Poi, smarrendo il senso del ridicolo, comincia parlare di sé stesso paragonandosi ai bambini di Gaza perché proprio come loro è cresciuto in una perenne emergenza, ma, precisa, «quando dovevamo scappare da un rifugio all’altro con papà, per me era come una festa perché conoscevo posti nuovi e gente nuova. D’altronde non mi è stato mai proibito di uscire di casa. Sono nato nella clinica Noto, la più famosa di Palermo, col nome e cognome di mio padre. E tutti lo sapevano». E non nasconde un pizzico di compiacimento parlando dei 24 anni di latitanza del padrino corleonese.
Nella lunga e, a tratti, surreale conversazione non manca un accenno a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due magistrati trucidati da Cosa nostra. Ma con le bombe del ’92 il padre, ripete, non c’entra nulla. I mandanti sono altri, forse qualcuno che voleva fermare le indagini sul riciclaggio o su mafia-appalti. «Mi è dispiaciuto che siano morti – concede – perché loro a differenza di altri colleghi loro facevano fatti».
Cosa resterà di una conversazione del genere? Nulla, solo il consolidamento di una certezza: il racconto di quella tormentata stagione criminale e delle possibili collusioni tra Stato e mafia non sarà mai completato.



