Nonostante il costante abbordaggio delle forze israeliane, cominciato stanotte, una trentina di imbarcazioni continua a navigare a tutta velocità verso Gaza, a sole 46 miglia nautiche di distanza. Lo scrive su Telegram la Global Sumud Flotilla, sottolineando che sono 13 le imbarcazioni intercettate. Secondo gli ultimi aggiornamenti, però, in realtà sarebbero state abbordate 21 barche, mentre 23 procederebbero ancora verso Gaza. «Anche se solo una di queste imbarcazioni raggiungesse Gaza, otterrebbe l’obiettivo di rompere l’assedio», ha affermato una fonte della Flotilla, citata da al Jazeera. La fonte conferma che intanto una flottiglia di altre imbarcazioni è partita dalla Sicilia e sta facendo rotta verso la Striscia». Si tratta, a questo punto, di una strenua resistenza delle barche finora sfuggite all’azione dell’Idf oppure c’è la volontà da parte di Tel Aviv di farne passare qualcuna per ragioni imprecisate? E cosa succederà se dovessero per davvero arrivare in prossimità della costa di Gaza? Difficile ipotizzarlo. La situazione al momento è confusa e frammentaria.
La mattinata si sta svolgendo tra le reazioni della comunità internazionale che parla di una chiara violazione del diritto internazionale. L’abbordaggio in alto mare non era legittimo. Lo ha ribadito il premier irlandese, Micheal Martin, al suo arrivo al vertice della Comunità politica europea a Copenaghen: «Se l’abbordaggio della Flotilla si è verificato in acque internazionali, allora sì, sarebbe una violazione del diritto internazionale. Sto ricevendo briefing in merito all’intercettazione della Flotilla di Gaza, i nostri ambasciatori sono in contatto con le autorità israeliane e forniremo assistenza consolare a coloro che sono stati arrestati. E’ importante che siano trattati in modo adeguato. E’ una missione umanitaria, non rappresenta una minaccia per nessuno e sottolinea l’assoluto imperativo di far arrivare aiuti umanitari a Gaza il più rapidamente possibile sotto l’egida delle Nazioni Unite e della Mezzaluna rossa».
Il ministro degli Esteri spagnolo, Josè Manuel Albares, ha convocato l’incaricata di affari di Israele, massimo rappresentante dell’ambasciata in Spagna, per protestare contro l’abbordaggio delle imbarcazioni spagnole della Flotilla e i cittadini spagnoli da parte delle forze dell’esercito israeliano mentre “stavano esercitando un diritto di passaggio innocente in acque internazionali. Sono cittadini spagnoli pacifici e solidali, il cui unico obiettivo era esclusivamente umanitario, che non rappresentavano né rappresentano in nessun momento alcuna minaccia né per Israele né per nessun altro e stavano esercitando un diritto fondamentale del diritto internazionale. Il capo della diplomazia spagnola ha assicurato di non voler nemmeno considerare come ipotesi l’accusa «aberrante di terrorismo, che il governo di Benjamin Netanyahu ha minacciato nei confronti dei membri della Flotilla».
E gli italiani? Al momento sarebbero 22 i nostri connazionali fermati: «Continuiamo a monitorare la situazione – spiega il ministro degli Esteri Tajani – su mie istruzioni, il Consolato a Tel Aviv e il Consolato Generale a Gerusalemme assisteranno tutti gli italiani, sia al porto sia nelle procedure di rimpatrio. Già da questa notte i due Consolati sono in contatto con i legali dei cittadini italiani imbarcati. Secondo le informazioni disponibili, raccolte attraverso l’Unità di Crisi, che sta seguendo passo dopo passo la situazione, tutti i nostri connazionali sono in buone condizioni. Avevo ripetutamente parlato con il Ministro israeliano Sa’ar, chiedendo di evitare azioni aggressive. Sono sollevato dal constatare che le regole di ingaggio siano state rispettate e che fino a questo momento non si registrino atti di violenza o complicazioni nelle operazioni delle forze israeliane. Già da venerdì potrebbero avvenire prime partenze, soprattutto per chi accetterà di lasciare volontariamente Israele. Per chi rifiuterà l’espulsione immediata, sarà necessario attendere il provvedimento di respingimento dell’Autorità giudiziaria israeliana, che potrebbe richiedere 48-72 ore».
Poi nell’informativa alla Camera, annuncia l’arrivo del presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen il prossimo 7 novembre al fine di proseguire il dialogo e lavorare insieme per rafforzare l’Autorità Palestinese con lo sguardo rivolto alla ricostruzione. «Siamo anche lieti di avere accolto poche settimane fa la nuova ambasciatrice di Ramallah che ha presentato le lettere credenziali al Quirinale. Il governo continuerà a lavorare con pazienza e determinazione per la pace, a Gaza e in tutto il Medio Oriente, e per la costruzione dello Stato palestinese. Noi crediamo da sempre nella soluzione due popoli, due Stati, quella che le Nazioni Unite avevano indicato dal 1948, e che i leader arabi di allora non vollero accettare. L’Italia sostiene fermamente il sogno di questo popolo di avere un proprio Stato. Ogni piano di deportazione o di occupazione della Striscia ci ha sempre visto naturalmente e apertamente contrari. Il governo è pronto al riconoscimento dello Stato di Palestina se saranno soddisfatte alcune precondizioni irrinunciabili: il rilascio di tutti gli ostaggi, il disarmo di Hamas e la sua esclusione da ruoli politici e di governo».



