Gaza. Ecco tutti i nemici della pace

giovedì, 16 Ottobre 2025
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Non ci sono solo i centri sociali italiani ad opporsi al tentativo di pace in Medio Oriente.

Mentre a Sharm el-Sheikh si è provato a cucire una tregua che aprisse un percorso politico, una parte dell’ecosistema jihadista ha lavorato in direzione opposta: sabotare, logorare, mantenere attiva la leva delle armi e della propaganda.

Le ragioni non sono state soltanto ideologiche: hanno contato gli arsenali da preservare, i feudi da difendere, i canali di finanziamento e reclutamento che prosperano nel conflitto permanente.

Chi e cosa si oppone ancora al consolidamento della pace?

Una parte di Hamas, come è noto, non voleva firmare. Le Brigate militari cresciute a Kan Younis, per esempio, si dicono irriducibilmente contrarie. E potrebbero dare vita a una scissione estrema guidata da Mohamad Rajab, ormai contrapposto frontalmente a Ezzedin Al Adad che ha guidato l’ala militare a Gaza ed è invece un sostenitore della tregua. Ma non c’è solo Mohamad Rajab: intorno a lui un reticolo che include diverse sigle della galassia del terrore. Con tanto di propaggini in Italia.

Hezbollah, capacità ridotte e postura difensiva

Dopo la lunga stagione di operazioni mirate israeliane, il movimento sciita libanese ha esibito una postura più prudente e difensiva. La priorità non è stata alzare il livello dello scontro, ma salvaguardare ciò che resta della deterrenza e dell’apparato, evitando passi che potessero accelerarne l’erosione. In questo quadro il rifiuto del disarmo è rimasto un punto fermo: non per aprire nuove offensive, ma per non consegnare definitivamente il proprio capitale militare e simbolico. È stato un “no” alla pace tradotto in logoramento a bassa intensità e pressione psicologica sul confine, più utile alla propaganda che a un confronto simmetrico.

Jihad Islamico Palestinese (PIJ), resistenza senza costi di governo

Il PIJ si è mosso con maggiore nettezza. Non governando territori, non pagando bollette, non erogando servizi, ha potuto permettersi la metodologia della resistenza permanente senza il costo politico della stabilizzazione. Il percorso negoziale è apparso come un’imposizione esterna; lo scambio di prigionieri è andato bene, ma a condizione che non diventasse il grimaldello per delegittimare la dimensione armata. La logica è stata semplice e spietata: tenere alta la temperatura del conflitto per impedire che la tregua evolvesse in un’architettura di sicurezza e in una governance condivisa.

Ansar Allah / Houthi (Yemen), freddezza calcolata

Più a sud, gli Houthi (Ansar Allah) hanno guardato a Sharm con freddezza calcolata. Non hanno preso parte al tavolo, ma hannomisurato ogni spiraglio di pacificazione in funzione della loro centralità nel cosiddetto “fronte della resistenza”. Se Gaza si fosse stabilizzata e il conflitto avesse perso intensità, anche la loro leva nel Mar Rosso — interdizione delle rotte, minacce, guerra dell’informazione — avrebbe perso efficacia e giustificazione. Per questo hanno mantenuto l’allerta permanente: dichiarazioni di sostegno alla causa palestinese, capacità di disturbo dimostrativa e nessuna concessione che normalizzasse il quadro regionale.

Reti salafite globali (ISIS/Al-Qaeda), rifiuto dottrinario

Sul versante salafita, il no è stato teologico prima ancora che politico. Per queste reti un accordo con Israele è nullo per principio: la dialettica è rimasta binaria — guerra o apostasia — e ha reso irricevibile qualunque meccanismo di monitoraggio, disarmo graduale o integrazione delle milizie in strutture statali. Anche senza prese di posizione puntuali su Sharm, il frame non è cambiato: il negoziato è stato “tradimento”, la normalizzazione “deviazione”, chi firmava un “rinunciatario”.

Il riflesso in Italia

La Relazione annuale 2025 sulla politica dell’informazione per la sicurezza (DIS) ha confermato che la minaccia jihadista in Italia è rimasta persistente, ma con tratti sempre più frammentati e domestici. È emersa una radicalizzazione endogena più giovane, con un aumento di casi tra minori e under-25, spesso raccolti in piccoli gruppicoordinati su piattaforme di messaggistica, profili con scarsa preparazione religiosa, forte fascinazione per la violenza e fragilità psicologiche.

La propaganda online ha svolto un ruolo di cinghia di trasmissione: amplificazione dei contenuti, imitazione di modelli operativi esteri e valorizzazione del lupo solitario. La Relazione ha richiamato inoltre l’attenzione su ambienti sensibili come carceri e luoghi di culto informali, individuati come spazi esposti al proselitismo. In breve, l’intelligence ha descritto un rischio diffuso e a bassa soglia, nel quale pesano più i percorsi individuali e le micro-reti che non grandi strutture verticali.

Il filo comune

Ciò che ha unito queste sigle — e i loro derivati propagandistici — è stata la redistribuzione di potere implicata dalla pace. Una tregua che diventasse processo avrebbe portato condizionalità sugli aiuti, controlli alle frontiere, pressioni per il disarmo, dispositivi di verifica e — soprattutto — avrebbe spostato la legittimazione dalla “resistenza” alla governance. Per Hezbollah, PIJ e Houthi avrebbe significato perdere strumenti, ruolo, rendite e controllo sociale. Per le reti salafite, una sconfitta del dogma.

Ecco perché il “no” alla pace non arriva solo da realtà marginali dell’universo antagonista italiano. L’obiettivo non è più vincere una guerra totale, ma impedire la riuscita di una pace possibile.

di Aldo Torchiaro

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