La flebile tregua a Gaza: i registi del sabotaggio

lunedì, 20 Ottobre 2025
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La tregua a Gaza è un autentico rebus il quale anche i più navigati esperti di geopolitica avrebbero difficoltà a decifrare. Da una parte c’è Bibi Netanyahu che cerca di reprimere le pulsioni dei ministri ultraortodossi che vorrebbero “ultimare” il lavoro; dall’altro c’è Hamas che nonostante il cessate il fuoco resta una variabile impazzita fino a quando non avrà deposto le armi. 

Andrea Margelletti, presidente del Cesi, la pensa esattamente così: «Chi spara sulla pace? «Tutti, io credo. E non chiamiamola pace – spiega un’intervista al Messaggero – la destra religiosa e il governo Netanyahu possono sempre dire: quelli sono terroristi e non rispettano gli accordi. Quelli di Hamas invece dicono: gli israeliani hanno compiuto un inenarrabile massacro di decine di migliaia di persone e vogliono mandar via tutti i palestinesi da Gaza». E aggiunge, lucidamente: «È una tregua fragilissima e ha molti nemici, da una parte e dall’altra, e molteplici interessi a farla fallire. Una parte importante di Hamas è contraria al suicidio politico. Chiamare Hamas “un’organizzazione terroristica” è riduttivo: ha una componente politica fortissima che per esempio non ha Al Qaeda. E si definisce come un movimento resistenziale, che resiste se continua ad avere un nemico. Senza guerra non ci sono partigiani, quindi la guerra serve a Hamas per esistere. La destra religiosa ebraica vuole un Israele dal fiume al mare fatto di soli ebrei. Portare a compimento le operazioni a Gaza e coinvolgere i coloni in Cisgiordania lo considera parte di una strategia del Paese: uno stop alla guerra sarebbe totalmente negativo».

Cauta la diplomazia americana: «Il mantenimento della tregua a Gaza sarà complicato – osserva il vicepresidente americano JD Vance, che dovrebbe andare in Israele domani – ci saranno momenti in cui Hamas aprirà il fuoco su Israele. Israele dovrà rispondere, ovviamente. Pensiamo, comunque, che siano le migliori possibilità di una pace sostenibile, ma ci saranno alti e bassi e dovremo monitorare la situazione».

Prova a essere ottimista padre Gabriel Romanelli, parroco della Chiesa cattolica della Sacra Famiglia: «Penso che la tregua tenga, nonostante quell’attentato nel sud e i tanti bombardamenti di oggi e non si sa quanti morti. Il valico del sud domani riapre, è segno che la tregua resiste e quindi sia un primo passo verso la fine della guerra. Questa incertezza crea una disperazione più grande tra la gente, tuttavia c’è il sentimento generale di stanchezza, sia tra i palestinesi sia tra gli israeliani: tutti sono stanchi di questa guerra e c’è voglia di dire basta. Non ho visto tante tende come prima, ma le persone ora stanno cercando dove mettersi, ovunque. C’è violenza in città. C’è la polizia di Hamas, fino a che non verrà la forza internazionale. Arrivano pochi aiuti specie al nord. Noi per fortuna come Chiesa – ha spiegato – continuiamo ad aiutare migliaia di famiglie. Per esempio, ora distribuiamo sacchetti con 8 chili di verdura e frutta. Un chilo di verdura prima costava 100 euro, ora si sono abbassati i prezzi e costa 10 euro al chilo, ma egualmente non se la possono permettere, le banche sono distrutte».

Mantiene invece ferme le posizioni la diplomazia spagnola. Il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, ha esortato a mantenere le sanzioni a Israele, assicurando che ancora non sono stati raggiunti gli obiettivi della prima fase dell’accordo di pace propiziato dal presidente statunitense, Donald Trump, fra Israele e Hamas e ha insistito sul fatto che la Ue ampli il mandato delle sue missioni sul terreno per contribuire a consolidare un cessate il fuoco a Gaza. «Non abbiamo ancora ottenuto grandi risultati rispetto agli obiettivi che ci eravamo prefissati – dice – c’è stata la liberazione di tutti gli ostaggi, c’è stata anche l’entrata degli aiuti umanitari, ma ancora molto incipiente, per cui siamo lontano da poter ritirare le sanzioni».

Per quel che concerne gli aiuti, la Protezione civile italiana illustra lo stato dell’arte: «Le tre priorità per Gaza al momento sono ripristino delle condizioni di impiego e consumo di acqua potabile, soddisfacimento ai bisogni della fame con la realizzazione dei forni campali per produrre pane e assistenza sanitaria con gli ospedali perché l’Italia riesce a mettere in campo più di una struttura sanitaria da dispiegare in territorio palestinese – spiega Fabio Ciciliano, capo del dipartimento nazionale di Protezione Civile, al termine del comitato operativo per il piano d’intervento a Gaza – si parte con l’assistenza urgente alla popolazione, poi si procede con il consolidamento delle esigenze di assistenza. E infine la ricostruzione, che andrà avanti nel corso degli anni».

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