La Legge di Bilancio appena approvata dal Parlamento introduce una novità di cui quasi nessuno si è accorto. Lo Speciale pubblica qui il dettaglio.

Una novità piccola nelle cifre ma significativa nell’impianto: nel testo bollinato scompare il tradizionale “fondino per gli emendamenti” e nasce, all’articolo 132, un Fondo di parte corrente presso il Ministero dell’Economia, con una dote di 100 milioni l’anno a decorrere dal 2026, destinato al “potenziamento delle finalità istituzionali delle amministrazioni dello Stato”. Formula volutamente ampia, che sposta la flessibilità dal Parlamento al Tesoro e la proietta sugli esercizi futuri.
Per capire la portata del cambiamento bisogna ricordare come funzionava il vecchio meccanismo. Nelle ultime manovre il “fondino” alimentava, in fase emendativa, una costellazione di micro-interventi: proroghe, rifinanziamenti puntuali, misure per territori o settori. Una fisiologia della spesa italiana, spesso utile a correggere storture, ma altrettanto spesso frammentaria e opaca. La novità di oggi archivia quel serbatoio e lo sostituisce con un capitolo unico, gestito centralmente, che non grava sul 2025 e che potrà essere attivato con provvedimenti successivi per sostenere programmi coerenti con le missioni dei ministeri.
Cosa cambia, in concreto?
Anzitutto il tempo: i 100 milioni non sono disponibili subito, ma dal 2026. La scelta preserva gli equilibri dell’anno in corso, più esposto ai vincoli europei e alle tensioni di cassa, e costruisce un “cuscinetto” per il triennio 2026-2028. Poi cambia lo spazio decisionale: la flessibilità non è più dispersa in mille rivoli emendativi, bensì accentrata in un fondo che il MEF potrà indirizzare su priorità definite di volta in volta—attrezzando la macchina pubblica a gestire esigenze sopravvenute senza riaprire l’intera architettura della manovra.
I vantaggi sono evidenti.
Meno negoziazione a sportello, più programmazione; minore volatilità delle poste in fase parlamentare; una leva pronta per coperture selettive su progetti con impatto amministrativo reale (digitalizzazione, sicurezza, giustizia, logistica della PA, formazione del personale). Anche il segnale politico non è secondario: si privilegia l’ordine contabile oggi e si mantiene una riserva di elasticità per domani, quando i decreti attuativi e le riforme di settore richiederanno risorse agili ma tracciabili.
La criticità sta tutta nella genericità della formula.
Un “fondo per il potenziamento delle finalità istituzionali” può essere un utile polmone oppure una scatola di comodo. La differenza la faranno tre condizioni: criteri di accesso chiari (chi può chiedere, per quali progetti, con quali indicatori), trasparenza degli atti di riparto (motivazioni, tempi, benefici attesi) e rendicontazione pubblica degli esiti (cosa è stato finanziato, con quali risultati e quali risparmi o efficienze ha generato). Senza queste tre regole, il rischio è di sostituire alla dispersione degli emendamenti una flessibilità opaca e poco leggibile.
Nel quadro complessivo della manovra, l’articolo 132 si aggancia alle tabelle A e B dei fondi speciali, cioè alla programmazione triennale dei provvedimenti attesi. È un innesto coerente con la strategia dell’Esecutivo: sterilizzare le spinte alla spesa immediata, difendere il profilo 2025 e spostare sul 2026 la leva di aggiustamento. Per i ministeri significa maggiore responsabilità progettuale—niente più micro-stanziamenti “a pioggia”, ma proposte motivate e misurabili. Per il Parlamento, meno fuochi d’artificio nella notte degli emendamenti e più controllo ex post su criteri e risultati.
In sintesi: la manovra introduce una novità piccola nelle cifre ma grande nel metodo.
Elimina il vecchio fondino, spesso usato come tappabuchi, e lo rimpiazza con un fondo flessibile ma strutturato, differito nel tempo e centralizzato nella gestione. Se accompagnato da regole chiare, può diventare la cerniera tra programmazione e realtà, garantendo coperture tempestive senza tornare alla dispersione degli anni scorsi. È su questo terreno—governance, trasparenza, misurazione degli esiti—che si capirà se la novità di cui finora nessuno ha parlato è un semplice cambio di etichetta o l’inizio di una più matura disciplina della spesa.
di Aldo Torchiaro



