Alla Camera dei Deputati, durante la presentazione del libro “Genocidio” di Rula Jebreal, Sigfrido Ranucci — volto e autore della trasmissione d’inchiesta Report — ha ribadito la necessità di mantenere alta l’attenzione su “una delle cose più brutte che siano avvenute nella storia dell’umanità”, denunciando l’impotenza dell’Europa e dei governi di fronte a un eccidio. Le sue parole si sono intrecciate con le accuse e la riflessione civile della giornalista-paladina dei diritti, Rula Jebreal, intervenuta a difesa della libertà di stampa e del ruolo del giornalismo di inchiesta.
Ranucci l’intervista video, la battuta su Ghiglia e Bocchino
Ranucci ha anche commentato gli ascolti della prima puntata stagionale di Report, che con il 9,3% di share si è confermata la trasmissione più vista della serata: “Un risultato bellissimo ottenuto in uno scenario molto competitivo”
Sulle indagini a seguito dell’attentato spiega: “Le idee sono tantissime. Ho fiducia negli investigatori che stanno lavorando faccia a terra, ho fiducia nel procuratori e nel dottor Villani, nel nucleo investigativo dei carabinieri che stanno lavorando per spiegare quello che è successo”.
Non sono mancate infine battute ironiche sul caso che ha coinvolto Agostino Ghiglia, membro del Garante della privacy — lo stesso che ha sanzionato Report per 150mila euro — sorpreso nella sede di Fratelli d’Italia alla vigilia del voto.
“È arrivata la notizia che era lì per incontrare Italo Bocchino, direttore del Secolo d’Italia — ha commentato Ranucci a Lo Speciale con ironia — e io sono Cappuccetto Rosso.”
Le parole sul genocidio e la libertà di stampa
Rula Jebreal ha voluto consegnare a Ranucci un riconoscimento netto e personale: “Per me la libertà di stampa è un pilastro della democrazia. Vorrei invitare qui a parlare un giornalista che considero un guardiano della democrazia e della verità e vorrei dirvi che Sigfrido Ranucci non solo è un eroe nazionale di questa repubblica. La bomba che è stata messa davanti casa sua mi fa ricordare i 280 palestinesi uccisi a Gaza perché raccontavano la verità. La bomba a Sigfrido è un messaggio a tutti noi: dovete stare zitti o vi facciamo fuori. Per fortuna Sigfrido è sopravvissuto, a Gaza i giornalisti sono massacrati ogni giorno.”
Jebreal ha aggiunto che, seppure esista un nesso di violenza crescente tra attentati a singoli giornalisti e gli attacchi alla stampa a Gaza, “in questo paese possiamo fermarlo, a Gaza abbiamo fallito”.
Ranucci ha quindi ripreso il filo delle sue riflessioni, parlando del contesto mediatico e politico che ha accompagnato la copertura del conflitto e le difficoltà incontrate nel portare certe parole — come “genocidio” — al centro del dibattito televisivo. Ha raccontato pressioni e resistenze editoriali, ma anche la determinazione della redazione nel mantenere il titolo e l’impianto dell’inchiesta:
“In questo contesto siamo stati costretti a fare scelte difficili per poter continuare a raccontare — ha detto Ranucci —. Abbiamo saputo di investimenti di 40 milioni di euro del governo israeliano per delegittimare chi denunciava certe cose. A Roma ci sono stati saluti sul genocidio, ma portare per la prima volta il termine ‘genocidio’ in una trasmissione televisiva non è stato semplice.
Ranucci ha denunciato le pressioni subite: lo hanno invitato a cambiare il titolo e l’apertura della puntata; c’è stata sorpresa perfino tra alcuni colleghi quando è stato usato il termine “genocidio”, una definizione che — ha ricordato — è già stata adottata da organismi e ricordi internazionali.
Ha sottolineato il problema più profondo, politico e informativo: negare la realtà significa impedire al pubblico di essere informato consapevolmente e di compiere scelte. Per Ranucci, cancellare le azioni e la memoria del presente equivale a cancellare “la memoria del futuro” e apre la strada a provvedimenti che rischiano di consegnare sempre più poteri allo Stato a scapito delle libertà civili: “In un contesto di guerra si usano le bombe, in un contesto di pace si usano altri strumenti per delegittimare, per zittire”, ha ammonito.
Ranucci ha poi ricordato il quadro della vulnerabilità dei giornalisti locali, spesso privi di tutele aziendali e sottoposti a ricatti di impresari, piccoli boss o politici locali: “Ci sono colleghi che non vengono pagati, che vivono minacce quotidiane e non hanno nessuno che li difenda. Il rischio che tre figure — l’imprenditore, il criminale e il politico — convivano e condizionino l’informazione è reale e presente”.



