La tregua fragile a Gaza costa ai palestinesi un altro centinaio di morti di cui la metà bambini. La tragica contabilità va aggiornata dopo l’ultimo raid di martedì scorso ordinato da Benjamin Netanyahu per “neutralizzare” un possibile pericolo nel nord della Striscia. Si tratta, a quanto pare, di un cessate il fuoco unilaterale, considerando l’inclinazione del premier israeliano a violarlo alla prima suggestione però è un punto sul quale Donald Trump non transige: qualsiasi violazione che possa offuscare il suo successo diplomatico lo considera un affronto personale. Ma Netanyahu si affretta a rassicurare il leader della nazione “baby-sitter” di Israele, come la chiamano scherzosamente quelli di Tel Aviv: «Stiamo lavorando insieme per raggiungere l’obiettivo concordato con il presidente Trump: disarmare Hamas e smilitarizzare Gaza, mantenendo al contempo la nostra sicurezza».
Tuttavia, nell’inferno di Gaza i palestinesi ripiombano nella paura dopo l’orrore vissuto nelle ultime ore. Pensano che la guerra non sia mai davvero cessata e non si fidano di Israele impegnato “a cercare qualsiasi pretesto per completare il lavoro” per fare piazza pulita di ciò che resta della loro terra. «E’ la seconda volta – si sfoga un superstite dei bombardamenti – che gli israeliani violano il cessate il fuoco continuando a uccidere civili a Gaza. Non vogliono fermarsi finché non avranno ucciso la maggior parte dei palestinesi». A Nusairat sono in molti a pensarla così fra le migliaia di famiglie fuggite da Gaza City e dal nord dopo aver perso le loro case e che non hanno riparo sfinite dopo due anni di devastazioni, spaventate dalla prospettiva che tutto possa ricominciare. «Non ho alcuna intenzione di affrontare il rischio di tornare in città – dice un altro scampato alle bombe – Israele insiste a voler fare piazza pulita di ciò che resta. La verità – aggiunge – è che viviamo ancora in una situazione di guerra. Anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, e nonostante il mancato arrivo di cibo a sufficienza, i confini non sono mai stati aperti».
Israele continua a occupare più della metà di Gaza, mentre risultano uccisi almeno 67mila persone e rase al suolo più delle 80 per cento degli immobili. A dispetto degli annunci di tregua, continua a scarseggiare il cibo mentre manca qualunque vera assistenza medica e dei piani di ricostruzione non si vede per ora neppure un cenno. Intanto un gruppo di soccorritori turchi dell’Agenzia statale per i disastri e le emergenze Afad è ancora in attesa del permesso da parte di Israele per entrare a Gaza, in seguito all’accordo per il cessate il fuoco raggiunto nelle scorse settimane. «L’Afad è ancora in attesa al confine. Israele non ha ancora rilasciato alcuna autorizzazione», afferma una fonte del ministero della Difesa di Ankara, in riferimento alla squadra di 81 soccorritori turchi che si trova sul lato egiziano del valico di Rafah in attesa di entrare nella Striscia di Gaza.
Un altro segna di controtendenza rispetto a una possibile pace duratura, è la grande protesta di piazza degli ebrei ultraortodossi contrari alla leva obbligatoria nell’esercito israeliano attesa a Gerusalemme, dove si prevedono possibili blocchi stradali e disagi. Lo scrive il Times of Israel, che ricorda come si tratti della prima manifestazione che riunisce tutte le sette fazioni haredim, cioè dell’ortodossia religiosa, in Israele, che raramente si mescolano fra loro, da almeno 10 anni. La manifestazione, che nelle attese dei promotori mobiliterà centinaia di migliaia o addirittura un milione di persone, è stata organizzata in risposta alla repressione degli ortodossi che rifiutano di arruolarsi nell’Idf degli ultimi mesi, che ha portato a oltre 870 arresti, pari al 7% dei 6.975 ultraortodossi dichiarati renitenti alla leva.



Oh, apprezzo questo articolo, significa come sostengo anch’io non da ora che la considerazione per le reciproche ragioni e torti, può trascendere l'”autocertificazione” del dirsi di destra come forse in parte questo giornale o sinistra. Infatti qui vengono rilevati quelli di Netanyahu, gli ultimi di una lunga serie. Purtroppo infatti questo patto non parla minimamente della CisGiordania, del coinvolgimento della Anp, immagino perchè parlare con una autorità nazionale sarebbe quasi come riconoscerla e alludere ad un possibile percorso verso uno stato palestinese. I cauti dicono sempre che il principale ostacolo a quest’ultimo era Hamas e ora dopo aver detto che era la nemesi da distruggere ad ogni costo fanno piuttosto accordi con lei perchè faccia da polizia. Cosa che conferma i sospetti che gli estremisti da parte israeliana l’abbiano sempre considerata un altro polo estremista funzionale, per indebolire l’ANP. Che poi sta princpalmente a Gaza, ma è sempre usata per giustificare l’espanzionismo delle colonie in Cis Giordania. Quando c’era Arafat e gli accordi di Oslo si stavano firmando prima che Rabin fosse ucciso da estremista della destra sionista, Hamas contava quasi zero, non che un periodo, fino agli anni 80 anche Fatah non facesse attentati, li conosciamo bene, è un intreccio complesso di torti e ragioni. Gli ultimi errori palestinesi ancora con Fatah, furono forse il rifituto delle offerte di Camp David con Arafat con Barak nel 2000 e di Olmert nel 2008, che quest’ultimo conferma essere l’unica via per la pace, ovviamente isolando Hamas, ma il sapere che c’è un diritto internazionale che non si chiede solo ai più deboli di rispettare, forse è ciò che indebolirà questi estremismi, prima che militarmente.
Sapevo che gli ortodossi vogliono essere esentati dalla leva, ma sono paradossalmente quelli che spingono di più per la guerra e perchè gli altri facciano il lavoro sporco per loro.
Sottolineo sempre parlando di orientamenti delle leadership, sicuramente ci saranno parecchi coerentemente pacifisti a che si vergognano di questo paradosso.