Mentre Benjamin Netanyahu è deciso a far rispettare gli accordi di tregua nella Striscia di Gaza col pugno di ferro («faremo del male a chiunque cercherà di distruggerci»), non dimentica l’altro nemico presente nel sud del Libano. È di ieri l’uccisione di un comandante di Hezbollah, Samir Ali Fakiyya, tramite un attacco con un drone nella città di Al-Bissaria, nella regione di Sidone. L’esercito israeliano aveva colpito nelle ultime ore anche infrastrutture terroristiche di Hezbollah nella valle della Bekaa, tra cui un sito strategico di produzione e stoccaggio di armi. In particolare, aveva bombardato un stabilimento da cui erano stati lanciati razzi verso Israele e in cui, negli ultimi mesi, erano state identificate attività terroristiche di Hezbollah.
Israele gode del pieno appoggio degli Stati Uniti per la “normalizzazione” del Libano attraverso la disarticolazione di Hezbollah. L’amministrazione Trump ha dettato dieci condizioni al governo libanese, legando il sostegno economico e politico al disarmo del movimento filoiraniano Hezbollah e all’avvio di un nuovo ordine politico nel paese. Condizioni messe sul tavolo durante la visita di una delegazione americana guidata da John Hurley, vicesegretario al Tesoro per l’intelligence finanziaria e la lotta al terrorismo.
Tra le condizioni poste figurano la chiusura di tutte le sedi della società finanziaria al-Qard al-Hassan, legata a Hezbollah, il controllo dei porti e dell’aeroporto di Beirut, la chiusura dei valichi illegali con la vicina Siria, la sorveglianza delle società di cambio e di trasferimento di denaro, la lotta alle transazioni in contanti e la fine del coinvolgimento di Hezbollah nelle istituzioni pubbliche. Washington chiede inoltre il monitoraggio dei flussi di denaro provenienti dall’estero e, soprattutto, il completo disarmo di Hezbollah entro tempi brevi, non superiori a sessanta giorni, come segnale di rottura con l’influenza iraniana nella regione.
Un gesto considerato simbolico ha accompagnato la missione americana: la delegazione ha escluso dagli incontri il presidente del Parlamento Nabih Berri, leader del movimento Amal e storico alleato di Hezbollah. Un’esclusione che, secondo osservatori libanesi, rappresenta un avvertimento diretto a Berri: o si distanzia dal partito armato o rischia di essere coinvolto nelle future sanzioni. L’iniziativa chiude il cerchio dopo la visita del leader siriano Ahmad Sharaa alla Casa Bianca, inserita nella nuova strategia regionale statunitense volta a isolare l’Iran e a ridefinire gli equilibri mediorientali con il sostegno di Turchia, Arabia Saudita e Qatar e accrescere in quell’area la propria sfera d’influenza.
Da parte sua, l’esercito libanese ha rafforzato la propria presenza nella cittadina orientale di Arsal, al confine con la vicina Siria, dopo gli scontri avvenuti nella località siriana di Fleita tra le forze di sicurezza siriane e miliziani dello Stato islamico. Arsal, che negli anni passati era stata teatro di violenti combattimenti contro i jihadisti, rimane una zona sensibile: l’esercito libanese ha più volte annunciato operazioni contro cellule dello Stato islamico e arresti di individui a esso legati, anche nel corso di quest’anno. Secondo fonti regionali, i recenti scontri in Siria rientrano nella cosiddetta “lotta al terrorismo” condotta dal governo di Damasco, che avrebbe sventato due tentativi di attentato contro il presidente ad interim Ahmad Sharaa. Gli analisti sottolineano che queste operazioni fanno parte della nuova postura del potere siriano, volta ad accreditarsi presso gli Stati Uniti come partner nella sicurezza regionale. Sharaa, ex qaedista rimosso dalle sanzioni americane dopo aver guidato la dissoluzione del regime di Bashar al-Assad. È stato annunciato anche l’ingresso formale di Sharaa nella coalizione internazionale a guida statunitense contro lo Stato islamico. Washington ha inoltre sospeso parte delle sanzioni economiche che colpivano la Siria, in segno di apertura verso la nuova collaborazione con Damasco.
Intanto a Gaza, secondo il Cardinale Pierluigi Pizzaballa, intervistato dal Quotidiano nazionale, parlare di pace è prematuro: «Non vi sono le condizioni minimali. La soluzione a due Stati resta l’unica disponibile, ma al momento Israele non la vuole e i palestinesi sono divisi. Anche se gli accordi di Sharm el-Sheikh non hanno risolto i problemi e i morti continuano, Gaza non è più nella situazione drammatica che abbiamo vissuto».
Tuttavia, la soluzione due popoli due stati è sempre più complessa da percorrere e si parla di una divisione di fatto la Striscia tra un’area controllata da Israele e un’altra governata da Hamas. Per alcuni osservatori gli sforzi per far avanzare il piano di pace di Donald Trump sono in fase di stallo. La ricostruzione della Striscia sembra destinata a limitarsi alla zona oltre la Linea Gialla controllata da Israele. Secondo numerosi funzionari europei a conoscenza dei colloqui, senza un forte impegno da parte degli Usa per uscire dall’impasse, la Linea Gialla potrebbe diventare il confine che dividerà Gaza a tempo indeterminato.



