«Mamdani? Bravo, ma non è quello che serve a noi. Noi abbiamo bisogno di un riformismo coraggioso, ma concreto, che punti al cambiamento». Diverge, e non poco, il giudizio di Romano Prodi, già presidente del Consiglio e padre del Pd, sul neosindaco di New York rispetto a quello entusiastico di Elly Schlein: «A New York vince la sinistra con parole e programmi chiari». Può darsi, ma a quanto pare di molti notabili del Pd finora la segretaria del partito non si è distinta né per un linguaggio chiaro né per un programma di governo definito».
Prodi aveva investito molto su Elly Schlein. Aveva salutato con soddisfazione la sua vittoria alle primarie contro Stefano Bonaccini, candidato di apparato. Ma il successivo spostamento a sinistra del baricentro del Pd su posizioni senz’altro identitarie, ma poco rappresentative di tutte le anime del partito, ha generato diffusi malumori. Il professore è stato chiaro in un’intervista al Corsera: «Ho ribadito (alla Schlein, ndr) quanto sostenuto in pubblico. La mia preoccupazione è che una parte dell’elettorato si allontani dal centrosinistra perché ritiene che dall’opposizione arrivi una lettura troppo ristretta della società, non sufficiente per un’alternativa concreta di governo. Ed è già tardi perché siamo oltre metà legislatura. Le ho anche spiegato che a me non interessano i partiti, ma le coalizioni di governo. C’è tanto da cambiare, ma a dire il vero molti anche nel Pd vogliono semplicemente conservare il proprio ruolo».
Ed è chiaro il riferimento alla proclamata volontà della Schlein di liberare il partito da capibastone e cacicchi, operazione puntualmente fallita. In quanto alla presenza di leader credibili nel centrosinistra, Prodi ha risposto in maniera criptica: «I leader possono nascere. O farsi».
In fondo, ragiona Mattia Feltri nei suoi Appunti, la vittoria della Schlein alle primarie del 2023 ha un “vizio” di origine. Erano aperte, fin troppo aperte con vagonate di voti arrivate da Avs e persino dal Movimento 5 Stelle. «Due anni fa Elly Schlein ha conquistato la segreteria del Partito democratico in un modo sorprendente – scrive Feltri – ha vinto le primarie aperte ai non iscritti al partito dopo che la consultazione degli iscritti aveva scelto un altro segretario, Stefano Bonaccini. Fino a poco prima di diventarne segretaria, Elly Schlein non aveva neppure la tessera del Pd. È qualcosa che si è visto poche volte e che soltanto in alcuni contesti è possibile, nel senso che perché una scalata ostile abbia successo servono regole che consentono quasi a chiunque di competere per il vertice e poi una struttura sufficientemente rigida del partito che lo renda governabile contro l’élite sconfitta. Anche i più entusiasti all’epoca si chiedevano se e quanto Elly Schlein sarebbe riuscita a cambiare il Pd, e quanto il Pd avrebbe cambiato lei. Sono successe entrambe le cose». Alla fine, il Pd ha cambiato lei o l’ha semplicemente immobilizzata, come da prassi.
Più esplicito e tagliente è stato Arturo Parisi, già braccio destro dell’ex presidente del Consiglio, fondatore dei Comitati Prodi: «È Meloni che si tiene la Schlein», giusto per far capire come la pensa sullo stato di salute del Pd. «Il Pd abbandoni la sua deriva estremista», ha aggiunto, bocciando le ambizioni di premiership di Elly Schlein e proponendo Paolo Gentiloni come un ottimo federatore». Pochi giorni dopo, quasi ad avallare un gioco di sponda, lo stesso Gentiloni ha dichiarato: «Se pensiamo che l’alternativa a Meloni ci sia già, ok, good luck. C’è molto da fare per rendere una proposta alternativa sufficientemente forte». Con il siluro di Luigi Zanda: «È movimentismo dozzinale», è arrivato poi l’ennesimo segnale di accerchiamento nei confronti della segretaria.
Dietro le quinte, intanto, prende forma il risiko di nomi. «Nei gruppi parlamentari – scrive il Sole24Ore – si discute di possibili alternative: dall’europarlamentare Antonio Decaro, che potrebbe uscire rafforzato dalle regionali pugliesi di fine novembre, alla sindaca di Genova Silvia Salis. Nel campo dei riformisti si muovono Graziano Delrio, Lorenzo Guerini, Pina Picierno, Marianna Madia, Giorgio Gori e Filippo Sensi. Sul fronte opposto, le aree che fanno capo a Dario Franceschini, Roberto Speranza e Andrea Orlando si preparano a incontrarsi a Montepulciano dal 28 al 30 novembre per costruire un “cordone di protezione” attorno alla segretaria e rilanciare una piattaforma politica «per un’alternativa alla Meloni». Alternativa che però, come vanno dicendo tutti quelli al Nazareno, non c’è.
Secondo un curioso studio del sito truenumbers.it un segretario del Pd dura in media 577 giorni, quanto manca ancora a Elly?



