La brutta figura rimediata dalla Nazionale di calcio con la Norvegia ha inferto un serio colpo all’autostima collettiva degli italiani. Fortuna che ci ha pensato Jannik Sinner a risollevarci un po’ il morale trionfando a Torino nelle stesse ore del tonfo degli Azzurri di Rino Gattuso a San Siro. Ma la depressione è rimasta comunque, forte e incoercibile.
Il fatto è che gli italiani amano la squadra che li rappresenta negli stadi del mondo in modo viscerale e, a suo modo, unico. Le vittorie e le sconfitte degli Azzurri del pallone segnano la nostra vita come fossero eventi storici. Basterà solo ricordare la sublime partita Italia-Germania ai Mondiali del Messico del 1970, con la vittoria dei nostri calciatori per 4-3 dopo tempi supplementari mozzafiato. Dopo 55 anni, non è più neanche storia, è epica allo stato puro. Gianni Rivera e Sandro Mazzola figurano, nell’immaginario di tanti italiani, allo stesso livello degli omerici Ettore ed Achille.
Capirete allora perché dilaga da due giorni, su media e social media, una disputa angosciosa sulle cause di questa ultima «sconfitta epocale», come più di qualche sito e testata hanno titolato, con l’inevitabile processo al ct Gattuso e con la solita evocazione dei valori morali da ritrovare per evitare che questa débacle si trasformi in una tragedia irrimediabile. «Ai playoff serviranno umiltà e coraggio», ha detto il veterano Giuseppe Bergomi neanche fosse il generale Armando Diaz che incita le truppe italiane prima della battaglia del Piave dopo la rotta di Caporetto.
Viene in mente il sarcasmo di Winston Churchill sulla nostra gente quando disse che «gli italiani combattono le guerre come fossero partite di calcio e le partite di calcio come fossero guerre». Al di là dell’antipatia del personaggio, lo statista inglese centrò forse il problema rinvenendo nella nostra abnorme passione per il calcio lo specchio del nostro Paese. Dietro le vicende della Nazionale ci sarebbero insomma i vizi e le virtù della Nazione.
Per capire i limiti strutturali dell’Italia del calcio bisogna andare al di là del calcio. Una prospettiva del genere l’ha proposta Italo Bocchino, direttore editoriale del “Secolo d’Italia”, quando ieri sera lanciato questa provocazione su X : «Quello che è accaduto alla nostra Nazionale di calcio è sintomo di qualcosa di più ampio: la distruzione del patriottismo da parte della sinistra che ha colpito anche i nostri calciatori». La battuta di Bocchino fa certo parte della polemica politica più che della discussione calcistica, ma il suo discorso (sinistra a parte) coglie il punto del legame profondo tra le vicissitudini della Nazionale e il debole sentimento patriottico che caratterizza in questo momento la vita italiana. In realtà, le insufficienze di questo sentimento sembrano riguardare più i dirigenti e le strutture del calcio che non gli italiani in quanto tali e questo nonostante che il ministero dello Sport, con Andrea Abodi, sia espressione di Fratelli d’Italia.
Un paragone storico riuscirà a chiarire meglio il concetto. Quando, nel 1974, la Nazionale di Ferruccio Valcareggi fu espulsa dai Mondiali di Germania dopo un’umiliante sconfitta con la Polonia, tutti vissero quella cocente delusione come se l’Italia avesse perso una guerra. Subito la Federcalcio corse ai rimedi e impose alla Lega calcio di impedire che i club italiani acquistassero da allora in poi calciatori stranieri. L’obiettivo era quello di rilanciare i vivai in cui crescevano i nostri giocatori. Quella politica diede frutti di grande rilievo dopo pochi anni perché permise l’affermazione dei Paolo Rossi, degli Antonio Cabrini, dei Bruno Conti, dei Giancarlo Antognoni che vinsero i Mondiali di Spagna nel 1982.
Oggi una soluzione del genere non sarebbe neanche pensabile. Figuriamoci che guerra civile si scatenerebbe se al presidente della Figc, Antonio Gravina, venisse in mente un’idea simile, con tutto l’enorme giro d’affari che gravita intorno alle società calcistiche e con il ghiotto business garantito dalle star internazionali che giocano nelle nostre squadre.
Intendiamoci, questa soluzione non sarebbe peraltro possibile e non sarebbe in fondo neanche giusta. Ciò però non toglie che le lamentazioni sulle disgrazie della Nazionale non si traducono mai in misure concrete. Si potrebbero ad esempio riservare le formazioni Primavera delle squadre di Serie A solo ai giovani virgulti italiani. Ma altre soluzioni sono possibili.
Il problema è che, al di là delle ipocrite contrizioni, ormai prevale sempre il business sul sentimento patriottico. Ma questo non è solo un problema italiano.



