«Se l’Europa non coprirà il divario che la separa da Stati Uniti e Cina nell’adozione delle tecnologie legate allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, rischia un futuro di stagnazione. Le tecnologie sono ancora più centrali per la prosperità e il miglioramento del tenore di vita dei cittadini e investendo nell’IA il Continente potrebbe generare un nuovo boom economico». Pensieri e parole (forti) di Mario Draghi scandite durante l’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano.
Un anno dopo il discorso tenuto alla dinanzi alla Commissione europea sulla lenta agonia del Vecchio Continente, l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex primo ministro italiano rimette il dito nella piaga affrontando il tema del divario con le superpotenze, analizzando stavolta lo scarso sviluppo dell’Intelligenza artificiale, ovvero una delle nuove frontiere della competizione globale. Che oggi vede la litigiosa ed eterogena unione di stati soccombere di fronte al dinamismo di Cina e Stati Uniti.
Draghi punta il dito contro la lentezza e le resistenze che spesso condizionano le scelte dei paesi membri: «Una politica efficace in condizioni di incertezza richiede adattabilità, cioè rivedere le ipotesi e adeguare rapidamente le regole man mano che emergono evidenze concrete sui rischi e i benefici. È qui che l’Europa si è inceppata. Abbiamo trattato valutazioni iniziali e provvisorie come se fossero dottrina consolidata, inserendole in leggi estremante difficili da modificare. Le nuove tecnologie e l’IA non salveranno le società da tutti i loro guasti, ma possono sicuramente migliorarne lo stato di salute. Quanto dipenderà in gran parte dalle scelte politiche che ne guideranno la diffusione».
Ora, che un sincero sostenitore della Casa europea come Draghi lanci l’ennesimo allarme sulla velocità di marcia dell’Unione, attesta quanto il processo di integrazione non solo segna il passo, ma lascia trasparire ormai un lento e inesorabile declino dell’Europa, una regione geopolitica condannata dall’inazione di chi l’ha amministrazione nel recente passato e da chi l’amministra adesso a diventare una delle periferie globali.
Quindi per dirla come Giorgio Gori (Pd), vicepresidente della commissione Industria, Ricerca ed Energia del Parlamento Europeo «occorre finalmente un salto politico e finanziario dell’Unione oppure la distanza da Stati Uniti e Cina sulle tecnologie strategiche sarà destinata ad ampliarsi».
L’anno scorso Draghi aveva dettato la sua ricetta per la ripresa del Continente mettendo in evidenza i nervi scoperti dell’alleanza: superamento delle troppe barriere che impediscono di commercializzare le innovazioni; decarbonizzazione come fonte di crescita; politica economica comune; difesa europea; abolizione dell’unanimità per i provvedimenti strategici. Nulla di tutto questo. I 27 paesi si sono spaccati sulla guerra in Ucraina, soprattutto sul piano di riarmo a Kiev; si sono mostrati esitanti sul conflitto di Gaza; hanno mostrato forte insicurezza sul contropacchetto di dazi da presentare agli Stati Uniti. In un’architettura così composita, giusto per prendere due paesi a caso, possono ancora convivere Spagna e Ungheria, attualmente agli antipodi per visione e prospettive?
In più c’è dato propriamente parlamentare. La maggioranza Ursula, quella che ha confermato l’ex ministra tedesca, di fatto non c’è più. Sostituita, sempre più spesso, da un asse che vede insieme Ppe, Conservatori e destre. Con un effetto instabilità che, da qui in avanti, potrebbe coinvolgere sempre più il programma von der Leyen e la famosa “coesione” dei 27.
Si può imputare anche a Mario Draghi, tra i tecnocrati forti d’Europa, una qualche responsabilità? E’ interessante, a questo riguardo, l’analisi dell’Associazione Roars specializzata in studi sulle politiche della ricerca, sui sistemi di valutazione, sulla formazione terziaria.
«Durante la sua audizione alla Camera dei deputati, Mario Draghi ha evidenziato come, nel tempo, si sia sacrificata la spesa pubblica comprimendo la domanda interna, trascurando le infrastrutture e riducendo gli investimenti in ricerca, innovazione tecnologica e clima. Ma chi è il soggetto di questo “abbiamo”? Lui stesso, naturalmente, fin dalla famosa lettera scritta insieme all’allora presidente della Bce, Jean-Claude Trichet—una linea poi seguita dal governo Monti. C’è però un dettaglio cruciale – osserva Roars – ricerca e innovazione tecnologica non si improvvisano in pochi mesi o anni, ma richiedono decenni. Lo dimostra l’esempio della Cina, che ha sviluppato la propria capacità industriale in parallelo a un investimento massiccio nella ricerca. Oggi, la Cina è la principale potenza manifatturiera mondiale e domina settori strategici come l’energia solare e le batterie elettriche, dove la sua quota di produzione supera già l’80%. Un caso emblematico è quello dell’intelligenza artificiale: nel gennaio 2025, la società cinese DeepSeek ha rilasciato modelli open-source superiori a GPT-4, scuotendo il settore tecnologico e finanziario occidentale. Non è stato un fulmine a ciel sereno: già nel 2022, la Cina deteneva il 61% dei brevetti nell’IA generativa, contro il 21% degli Stati Uniti e appena il 2% dell’Europa (incluso il Regno Unito). La marginalità dell’Europa nell’automobile, nella manifattura in generale, nell’innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica non è un evento accidentale, dovuto a Trump, Musk o Putin/Xi – conclude l’associazione – ma il risultato di decenni di assenza di una politica economica e industriale sia a livello nazionale che comunitario. Alla base di questo problema c’è anche una costante riduzione dei finanziamenti destinati all’università e alla formazione, che ha rallentato lo sviluppo di ricerche innovative».
