Oro italiano, la Bce chiude il caso. Ma dietro la mossa di Roma si muove un gioco molto più grande

venerdì, 5 Dicembre 2025
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La risposta di Christine Lagarde all’interrogazione dell’eurodeputato Tridico sembra una precisazione tecnica, ma in realtà chiarisce un nodo politico ed economico cruciale. La presidente della Bce ha ricordato che i trattati europei sono espliciti: la detenzione e la gestione delle riserve ufficiali spettano alle banche centrali nazionali. È scritto nell’articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e nello Statuto del Sistema europeo delle banche centrali. Nessuno Stato membro può appropriarsi o dirigere quelle riserve. La Banca d’Italia, ha sottolineato Lagarde, opera esattamente come la Bundesbank o la Banque de France. La gestione dell’oro resta una sua competenza esclusiva, tanto sul piano operativo quanto su quello contabile e distributivo.

La rigidità della risposta trova spiegazione nella dimensione quantitativa delle riserve italiane. L’Italia detiene 2.452 tonnellate di oro, per un valore stimato vicino ai 170 miliardi di euro considerando una quotazione attorno ai 2.150 euro per oncia. Si tratta del terzo stock mondiale dopo Stati Uniti e Germania. Gli Stati Uniti possiedono oltre 8.133 tonnellate, la Germania 3.353. L’Italia supera perfino il Fondo Monetario Internazionale che ne conserva 2.814. L’oro rappresenta circa il 65 per cento delle riserve ufficiali italiane ed è un pilastro della credibilità finanziaria del Paese. Nei momenti di tensione sui mercati, la presenza di un patrimonio così elevato contribuisce a proteggere i titoli di Stato da attacchi speculativi e fuga di investitori.

La Bce difende questo impianto perché conosce bene la fragilità strutturale dell’equilibrio europeo. L’Italia ha un debito pubblico di circa 2.930 miliardi di euro pari al 137 per cento del Pil. Ogni anno devono essere collocati sul mercato oltre 300 miliardi di nuovo debito tra rinnovi e nuove emissioni. Il costo medio di rifinanziamento è salito oltre il 3,3 per cento mentre nello stesso periodo i Bund tedeschi viaggiano attorno all’1,9. La differenza di costo si riflette immediatamente sulla spesa per interessi che nel 2024 ha sfiorato gli 88 miliardi di euro. In questa cornice, ogni incertezza sulla titolarità delle riserve auree produrrebbe un immediato aumento dello spread e un ulteriore aggravio per i conti pubblici.

Dietro la mossa politica italiana si muovono esigenze non dichiarate ma evidenti. Una parte del governo intende rafforzare la percezione di stabilità fiscale, presentando l’oro come potenziale garanzia implicita, in un contesto di margini di bilancio ridottissimi. Altri ambienti puntano a usare il tema come segnale negoziale verso Bruxelles, soprattutto nel confronto sul nuovo Patto di stabilità e sulle clausole di flessibilità. Altri ancora immaginano che evocare la sovranità sulle riserve possa aumentare il potere contrattuale dell’Italia nei tavoli europei.

Il problema è che l’oro non è uno strumento negoziabile. L’architettura dell’euro poggia sulla separazione netta tra politica fiscale nazionale e patrimonio della banca centrale. Un Paese che ne metta in discussione la gestione manda un segnale di vulnerabilità, non di forza. Non a caso Lagarde ha ricordato che la stabilità dell’euro dipende dalla fiducia delle istituzioni internazionali e dei mercati nel fatto che nessun governo possa utilizzare le riserve per ammortizzare difficoltà di bilancio.

La Bce teme un effetto contagio. Se il terzo maggior detentore di oro al mondo lasciasse intendere una possibile interferenza politica sulla propria banca centrale, l’intera area euro ne risulterebbe indebolita. Il rischio sistemico colpirebbe non solo l’Italia ma anche Paesi come Spagna, Portogallo e Grecia, oggi già in una situazione di equilibrio delicato. In un’area valutaria che vale oltre 12 mila miliardi di Pil, la stabilità delle riserve è un elemento non negoziabile.

In conclusione l’oro italiano non si tocca perché non può essere toccato. È parte della rete di sicurezza del Paese e dell’Eurosistema. La politica italiana ha cercato di mostrare muscoli simbolici in un momento in cui lo spazio fiscale è ridotto e il confronto con Bruxelles è teso. Lagarde ha replicato ricordando che la fiducia non si costruisce evocando sovranità, ma proteggendo le regole che tengono insieme la moneta unica. L’oro resta dov’è e la discussione rientra, almeno per ora, nei confini della retorica. Continuerà comunque a pesare nei rapporti tra Roma e Bruxelles, perché l’oro, quando entra nel dibattito politico, diventa sempre un indicatore di nervosismo.

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