Reclutavano in rete minori per commettere omicidi, arrestate 200 persone in tutta Europa. Dall’Australia una prima risposta

mercoledì, 10 Dicembre 2025
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“Operazione Grimm”. Non c’è nulla di fiabesco nella gigantesca operazione di Europol che ha portato all’arresto di 200 persone che reclutavano in rete minorenni per commettere omicidi. Ma si sa, talvolta gli investigatori sono ispirati da un’amara ironia. «Non vedo l’ora di vedere il mio primo cadavere»: scrive un bambino svedese di “undici-anni-undici”. Dall’altra il suo mentore, diciannovenne: «Resta motivato, arriverà». Poi gli procura tutto l’occorrente. Gli offre, innanzitutto, 14mila dollari per commettere un omicidio, gli organizza il trasporto, gli fornisce abiti e strumenti. Fortunatamente la polizia interviene appena in tempo.

L’Europol ha smantellato una sconvolgente attività di reclutamento online nel Vecchio Continente che trasformava minorenni inconsapevoli in manovalanza per il crimine sventando decine di omicidi. Non si tratta di un caso isolato, è un fenomeno che sta dilagando ovunque: potremmo definirlo “violenza a noleggio”. Un modello criminale altamente sofisticato per eseguire omicidi su commissione per reclutare ragazzini attraverso i social media, le app di messaggistica e le piattaforme di gioco sotto la regia di menti perverse e diaboliche.

Lo scorso aprile Europol ha lanciato, appunto, l’Operazione Grimm, culminata in queste ore nell’arresto di quasi 200 persone in nove: Belgio, Danimarca, Finlandia, France, Germania, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito. I dati fotografano l’estensione del fenomeno: 63 esecutori materiali fermati, 40 facilitatori arrestati, 84 reclutatori smascherati e 6 istigatori catturati, cinque dei quali definiti di alto profilo. Ciò fa capire quanto l’organizzazione sia estremamente strutturata in forma gerarchica in base al valore dei reclutatori.

Intanto però le forze dell’ordine hanno sventato decine di omicidi, salvato vite e sottratto adolescenti a un destino da criminali. Sarebbe molto interessante risalire ai mandanti che hanno pagato profumatamente l’”agenzia” per rimanere nell’ombra, ma sarà difficile per gli investigatori risalire alla loro identità. Infatti, l’organizzazione criminale funzionava come una vera azienda, con ruoli precisi e una rigida divisione del lavoro.

Il Corriere della Sera descrive i ruoli dell’organizzazione: «L’istigatore è chi ordina e finanzia il crimine. Risiede all’estero, lontano e al sicuro dalla scena del delitto che ha pianificato. Paga profumatamente, fino a 20mila euro per un omicidio, e non si sporca mai le mani. Il reclutatore è l’intermediario cruciale. Opera su Telegram, Instagram, Discord, nelle chat dei videogiochi. È connesso 24 ore su 24, pronto a contattare potenziali aggressori. Usa tecniche mutuate dal marketing: gamification, storytelling, promesse di denaro facile e status sociale. Trasforma il crimine in una «missione di gioco» come in Fortnite o Counter-Strike. Il facilitatore prepara il terreno: fornisce armi, organizza la logistica, gestisce i contatti, cura gli accordi finanziari. Fa in modo che tutto sia pronto quando l’esecutore arriva sulla scena. L’esecutore è quasi sempre un minorenne senza precedenti penali. Proprio per questo è considerato «invisibile» alle forze dell’ordine. È la pedina sacrificabile del sistema, quella che si assume tutti i rischi mentre gli altri incassano da posizioni sicure». Minorenni, insomma, da mandare al macello.

Stefan Sinteus, capo della polizia di Malmö, descrive la dinamica: «Ragazzi di 11 o 12 anni vengono reclutati mentre giocano a Fortnite o Counter-Strike. Accettano di portare una borsa in cambio di 10mila punti nel gioco». Le ragazze, invece, «si occupano della logistica: prenotare camere d’albergo, chiamare taxi».
Il crimine viene presentato come una strada verso ricchezza e potere. I giovani vengono esposti progressivamente a contenuti violenti per «normalizzare» la violenza. Poi arrivano le prime missioni, un crescendo che porta dall’intimidazione all’omicidio.
Molti giovani coinvolti appartengono a seconde generazioni di immigrati, vivono in case-famiglia a volte controllate dalle stesse reti criminali. Sono ragazzi con difficoltà scolastiche, problemi di dipendenza, disturbi dell’attenzione, a volte con precedenti penali minori. Perfetti bersagli per reclutatori senza scrupoli.
La situazione è così grave che lo scorso settembre il legislatore svedese ha considerato di abbassare l’età della responsabilità penale da 15 a 13 anni. Lo scorso giugno Teodoro Smedius, sovrintendente del Dipartimento operativo nazionale della polizia svedese, ha lanciato un appello ai colossi tecnologici: «Avete la tecnologia per rimuovere i contenuti violenti».

Ci si chiede quale mostruosa generazione stia allevando l’attuale società utilizzando le distorsioni offerte dal vasto mondo digitale, Deep Web e Dark Web comprese, per incidere sulla fragilità dei bambini. Non si tratta solo di rubare loro l’innocenza, ma di condannarli per sempre.

Una prima reazione alla deriva dell’umanità su internet arriva dall’Australia. E‘ in vigore da martedì, primo paese al mondo, il divieto dell’uso dei social media per gli utenti sotto i 16 anni, che perdono quindi accesso ai propri account con siti comprendenti Youtube, TikTok, Facebook, Snapchat, Instagram, X, Reddit, Twitch e Threads.

I siti che non si conformano rischiano multe di 49.500 dollari australiani (circa 28.000 euro). Tutte le piattaforme hanno già confermato che rispetteranno il divieto. Come riporta il quotidiano Australian Guardian vi sono stati problemi iniziali con l’attuazione del piano, con molti casi di giovani sotto i 16 anni che hanno superato il test facciale, ma il governo ha assicurato che i problemi saranno superati. E i giovani hanno trascorso le ultime settimane sottoponendosi a controlli di età e preparandosi per una possibile disattivazione, scambiandosi numeri di telefono per non perdere contatti. «Sin dal principio abbiamo riconosciuto che questo processo non sarà perfetto al 100% – spiega il primo ministro Anthony Albanese- ma il messaggio che la norma esprime è chiaro».

E fuor di polemica, sembra già una prima chiara risposta al problema.

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