Per la prima volta nella sua storia, TIME ha scelto come Persona dell’anno non un leader politico o un movimento, ma una forza che sta riscrivendo il mondo: l’intelligenza artificiale. A rappresentarla, otto volti che ne guidano lo sviluppo globale: Mark Zuckerberg, Lisa Su, Elon Musk, Jensen Huang, Sam Altman, Demis Hassabis, Dario Amodei e Fei-Fei Li, sono loro gli “Architects of AI”. E sono loro a campeggiare su una trave sospesa nel vuoto, in un chiaro richiamo alla celebre fotografia “Lunch atop a skyscraper” del 1932. Allora erano operai malpagati durante la Grande Depressione. Oggi sono i vertici dell’industria che sta riscrivendo le regole del potere globale.
La nuova élite del potere tecnologico
Il parallelo non è casuale. Nel 1932, quegli operai contribuivano a costruire l’impero del miliardario più ricco del mondo, John D. Rockefeller Sr., il cui patrimonio rappresentava il 2% del PIL americano. Oggi, la ricchezza combinata dei nuovi otto “architetti” dell’AI sfiora i 1.000 miliardi di dollari: circa l’1% del PIL globale. Una concentrazione economica che ricorda molto da vicino quella dei “robber barons” dei primi del Novecento. L’AI ha creato una nuova aristocrazia tecnologica: pochissimi individui che controllano infrastrutture computazionali, capitali, supply chain dei semiconduttori e, soprattutto, modelli di AI che stanno diventando la piattaforma di ogni settore produttivo.
2025: l’anno in cui ignorare l’AI è diventato impossibile
TIME sintetizza l’anno con una frase che suona come uno slogan:
“Qualunque fosse la domanda, l’AI era la risposta.”
Dalla sanità alla finanza, dalla difesa nazionale alla scuola, ogni discussione politica è passata per l’intelligenza artificiale — come soluzione o come minaccia. È un salto culturale netto, paragonabile solo a due altri momenti storici ricordati dalla rivista:
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il 1982, quando la Persona dell’anno fu il personal computer;
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il 2006, quando fu scelto “You”, simbolo dell’ascesa dell’utente digitale.
Settantacinque anni prima, nel 1950, TIME dedicava la copertina al computer Mark III, definito “the thinking machine”. Oggi quella profezia è uno standard di fatto.
Geopolitica dell’AI: la competizione che parte da Washington
La scena simbolo dell’anno non è una startup della Silicon Valley, ma Washington D.C., gennaio 2025: mentre Trump tornava alla Casa Bianca, nelle prime file della cerimonia sedevano i leader delle Big Tech. E dietro le quinte accadeva di più. Il giorno dell’inaugurazione, la cinese DeepSeek rilasciava un modello di AI che scuoteva i mercati finanziari. Ventiquattro ore dopo, Altman (OpenAI), Ellison (Oracle) e Masayoshi Son (SoftBank) annunciavano un piano da 500 miliardi di dollari per costruire data center dedicati all’AI negli Stati Uniti. È la conferma che l’AI non è più solo tecnologia: è infrastruttura critica, è industria, è finanza, è potere geopolitico. Secondo il McKinsey Global Institute, l’adozione di massa dell’AI potrebbe generare 13.000 miliardi di dollari di nuova attività economica entro il 2030, equivalente a una crescita aggiuntiva dell’1,2% all’anno.
È la stessa traiettoria dell’elettricità o del motore a combustione. E Jensen Huang, CEO di Nvidia — oggi la compagnia più capitalizzata al mondo — lo dice senza mezzi termini:
“Ogni industria ne ha bisogno, ogni azienda la usa e ogni nazione deve costruirla.”
La capacità dei sistemi di AI raddoppia due volte l’anno: è un ritmo evolutivo che nessuna tecnologia precedente ha mai mostrato. Nel giro di poche settimane, modelli di AI hanno:
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risolto problemi matematici irrisolti da decenni,
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superato le previsioni meteorologiche tradizionali,
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aperto nuove possibilità nello studio dei cetacei.
È un’accelerazione che non solo crea opportunità, ma destabilizza interi settori.
Il lato oscuro: lavoro, disuguaglianze e rischio sistemico
Se TIME racconta soprattutto la trasformazione, altri studi sottolineano il prezzo della rivoluzione.
World Economic Forum (2026)
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85 milioni di posti di lavoro a rischio entro due anni
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fino al 65% delle mansioni nel retail automatizzabili
PwC (2035)
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fino al 30% dei lavori potenzialmente sostituibili
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impatto iniziale maggiore sulle donne, successivamente sugli uomini
Goldman Sachs
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300 milioni di posti di lavoro a livello globale esposti all’automazione
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un quarto delle mansioni completamente eseguibile dall’AI
E mentre grandi aziende annunciano migliaia di licenziamenti citando l’AI come causa, la Federal Reserve avverte che il mercato del lavoro potrebbe essere più debole di quanto raccontino i dati ufficiali. Non è un caso che Donald Trump abbia sintetizzato il clima del momento con una battuta amarissima:
“Se succede qualcosa di davvero brutto, date la colpa all’AI”.
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