Il mondo Usa e non solo che cambia (con o senza documenti): numeri, potere e lo spazio che possiamo occupare

martedì, 16 Dicembre 2025
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Che la bozza “negata” sulla nuova strategia americana esista o meno è quasi secondario. I dati raccontano già la storia. Dal 2000 a oggi la quota di PIL mondiale detenuta dagli Stati Uniti è scesa da circa il 31% a poco più del 24%. Nello stesso periodo la Cina è passata dal 4% a oltre il 18%. L’India, oggi intorno al 7%, crescerà secondo FMI e World Bank più velocemente di qualsiasi grande economia almeno fino al 2030. Il mondo multipolare non è una scelta politica: è una fotografia.

Sul piano militare il quadro è simile. Gli Stati Uniti restano la prima potenza con una spesa annua superiore agli 880 miliardi di dollari, ma da soli coprono ormai “solo” il 39% della spesa militare globale. Nel 2001 erano oltre il 50%. Cina e Russia, sommate, superano i 400 miliardi. Il baricentro della sicurezza globale si è spostato, che lo si ammetta o no.

In questo contesto l’Europa conta poco come soggetto unitario e molto come somma di Stati. Il PIL dell’UE è ancora comparabile a quello USA, ma la frammentazione strategica costa cara: duplicazioni industriali, 17 modelli diversi di carri armati, oltre 20 piattaforme navali principali, catene decisionali lente. Non è un caso che Washington guardi sempre meno a Bruxelles e sempre più ai singoli governi.

Ed è qui che entra l’Italia.

L’Italia è la terza economia dell’eurozona, con un PIL intorno ai 2.100 miliardi di euro. È il secondo Paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania. È tra i primi dieci esportatori mondiali, con oltre 620 miliardi di export annuo. È un hub energetico naturale nel Mediterraneo, con infrastrutture che collegano Nord Africa, Balcani e Europa centrale. Eppure pesa politicamente molto meno di quanto dovrebbe.

Il paradosso è che, nello scenario che si sta delineando, questa debolezza può trasformarsi in leva.

Se il mondo va verso un sistema a direttori ristretti e rapporti bilaterali forti, l’Italia ha tre carte concrete da giocare.

La prima è industriale e tecnologica. Difesa, aerospazio, cantieristica, cybersecurity, dual use. Leonardo, Fincantieri, Avio, l’indotto meccanico e metallurgico del Nord Italia generano già oggi decine di miliardi di valore e occupazione qualificata. Una politica estera credibile deve partire da qui: integrazione selettiva con gli alleati, non subalternità, e presidio delle filiere strategiche. Golden Power applicato davvero, non come slogan.

La seconda è geopolitica. Il Mediterraneo tornerà centrale: energia, rotte commerciali, instabilità africana e medio-orientale. L’Italia è l’unico grande Paese europeo che può parlare con Nord Africa, Medio Oriente, Balcani e Stati Uniti senza essere percepito come potenza egemone o coloniale. Questo non è idealismo: è realpolitik. Chi gestisce i nodi logistici conta più di chi scrive i comunicati.

La terza è diplomatica. In un’Europa che rischia di essere marginalizzata dai grandi tavoli, l’Italia può scegliere se restare spettatrice o diventare ponte. Ponte tra Washington e il Sud globale, tra Europa e Mediterraneo, tra industria e sicurezza. Ma questo richiede una cosa precisa: smettere di pensarsi come “Paese medio” e iniziare a comportarsi come potenza regionale.

La soluzione per l’Italia non è inseguire un’unità europea che oggi non esiste sul piano strategico, né schiacciarsi su logiche ideologiche. È costruire autonomia operativa dentro le alleanze. Più capacità industriale, più peso negoziale, meno narrazione e più numeri.

Se davvero il mondo va verso un “Core ristretto”, l’Italia non entrerà per diritto divino. Ma può diventare indispensabile come snodo. E nella geopolitica del XXI secolo, essere indispensabili vale più che essere simpatici.

Il documento forse non esiste. Il mondo che descrive sì. E l’Italia ha ancora una finestra aperta. Ma non resterà aperta a lungo.

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