Prestito Ue a Kiev, perché è una vittoria dell’Italia e una sconfitta della Germania

venerdì, 19 Dicembre 2025
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I 90 miliardi di prestito europeo all’Ucraina non rappresentano soltanto una vittoria per Volodymyr Zelensky e una sconfitta per Vladimir Putin. Sono anche un successo per l’Italia e uno smacco per la Germania, un successo -vale la pena di aggiungere- che apre interessanti prospettive per il futuro dell’Ue. Cerchiamo di capire perché.

Il motivo della soddisfazione di Giorgia Meloni e della delegazione italiana  («è prevalso il buon senso», ha dichiarato stanotte la nostra premier) risiede nel meccanismo alla base del finanziamento europeo a Kiev: i fondi verranno reperiti attraverso titoli collocati sui mercati. Insomma, parliamo di eurobond. Achtung! Achtung! È una roba inconcepibile per i governanti, i banchieri e i risparmiatori tedeschi (e anche olandesi), tutta gente che rifiuta a priori l’idea di condividere anche un solo centesimo di debito con noi italiani e in genere con i popoli del Sud Europa, bollati dalla stampa popolare e dai pregiudizi diffusi in Nord Europa come infingardi spendaccioni. Basterà ricordare l’assai poco lusinghiero acronimo di “PIGS” che ci venne riservato da quei gretti taccagni boreali (insieme con noi c’erano greci, spagnoli e portoghesi) al tempo della crisi del debito ellenico.

È talmente forte la contrarietà ideologica dei “frugali” per il principio stesso del debito comune europeo che al tempo del Covid dovemmo faticare sette camicie per far passare il principio dei finanziamenti per la ripresa garantiti da Bruxelles.

È il caso di aggiungere, per quanto riguarda in particolare il cancelliere Friedrich Merz (già allievo del “falco” antitaliano Wolfgang Schäuble), che c’è anche un motivo tutto politico dietro la sua contrarietà al debito comune: il leader tedesco non vuole fornire argomenti alla propaganda di Afd, formazione in vistosa crescita di consensi  (in base all’ultimo sondaggio, è il primo partito con il 26%, cioè un punto in più della Cdu-Csu, ferma al 25). Il nazionalismo dell’estrema destra germanica nasce non solo da motivi di immigrazione ma anche dal  portafoglio o, per meglio dire, dagli investimenti in Bund dei risparmiatori tedeschi.

Era così forte la paura del cancelliere per ogni forma di  eurobond pro Ucraina da avergli fatto concepire un meccanismo perverso per consentire l’eventuale utilizzazione degli asset russi a beneficio di Kiev: i titoli a garanzia dello spostamento all’Ucraina di tali fondi (attualmente detenuti dalla piattaforma finanziaria Euroclear , con sede in Belgio) sarebbero dovuti essere infruttiferi (in caso contrario sarebbero stati assimilabili agli eurobond). Titoli del genere avrebbero però reso di fatto nulla ogni garanzia perché non rivendibili sul mercato.

Di qui il lungo psicodramma degli asset e lo stallo dei finanziamenti all’Ucraina. Ma di qui anche il dramma di Kiev di non poter allestire alcun programma di difesa contro l’offensiva russa.

A sbloccare la situazione è intervenuto il grido d’allarme lanciato ieri dal premier polacco Donald Tusk: «Abbiamo una scelta semplice: o soldi oggi o sangue domani, e non parlo solo dell’Ucraina, parlo dell’Europa, e questa è una decisione che spetta a noi e solo a noi». A quel punto, è apparso a tutti chiaro che non c’erano alternative agli eurobond, con Germania e “frugali” che hanno dovuto mandare giù il rospo.

Va detto che le preoccupazioni di tedeschi, olandesi e nordeuropei vari possono in qualche modo essere giustificate dal fatto che l’accordo di stanotte apre la strada al possibile ricorso ad altri eurobond, in un prossimo futuro, per finanziare massicci investimenti europei in campo tecnologico e militare, come peraltro suggerito da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività continentale presentato lo scorso anno al Parlamento di Strasburgo. Altro modo, del resto, non c’è per garantire gli investimenti necessari alla ripresa dell’Europa. E ciò con buona pace dei taccagni boreali di cui sopra.

Chiosa per Matteo Salvini. È inutile che minacci fuoco e fiamme contro il “suo” Giancarlo Giorgetti per l’inasprimento delle norme sul pensionamento se poi va a braccetto in Europa con i nazionalisti tirchioni di Afd. È proprio il becerume di certo sovranismo nordeuropeo a impedire l’adozione di regole europee capaci di dare più respiro ai bilanci di Paesi ad alto debito come l’Italia e gli altri “PIGS”.

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