Iran, Usa pronti all’attacco. Diplomazia al lavoro per scongiurare il peggio

lunedì, 12 Gennaio 2026
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La crisi mediorientale non arretra e adesso la mappa dei conflitti mondiali si allarga verso Teheran. Asse strategico sulle rotte del petrolio e ponte con la Russia, ma soprattutto cuore pulsante anti semita e vicino di casa ad Israele. L’inasprirsi della repressione contro i manifestanti in Iran che ha provocato secondo le organizzazioni umanitarie circa 2000 morti, è nei pensieri di Donald Trump che in queste ore a bordo dell’Air Force One, ha delineato un quadro di massima allerta, confermando che Washington sta monitorando il superamento della linea rossa legata all’uccisione dei civili ed è pronto a intervenire e prendere una decisione nelle prossime ore. Sara di nuovo guerra? Chi può dirlo. Di certo la macchia del conflitto si allarga e investirà sicuramente il vicino Israele che sornione proprio non è. “Stiamo valutando la situazione con grande serietà. L’esercito sta esaminando la questione e stiamo valutando alcune opzioni molto forti. Prenderemo una decisione”, ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca rispondendo ai giornalisti. E alla domanda se il regime abbia effettivamente iniziato a colpire i manifestanti, Trump è stato esplicito: “Sembra che stiano iniziando a farlo”. Ma qual’è l’ostacolo che blocca Trump e l’amministrazione americana ad intervenire? Intanto nonostante il richiamo al coinvolgimento dei vertici militari, la strategia statunitense sembra muoversi su un doppio binario. Fonti della Casa Bianca riferiscono che al Presidente sono stati sottoposti diversi piani d’intervento che, per il momento, non prevederebbero attacchi diretti. L’orientamento attuale dell’amministrazione si concentrerebbe su azioni mirate contro l’apparato di sicurezza iraniano responsabile delle violenze. C’è cautela ma c’è anche ansia di risposte e voglia di difendere il difendibile facendo prevalere sicuramente la ratio diplomatica, fondamentale nello scenario geopolitico attuale vicino alla bene amata Russia. In questo clima di estrema tensione, non mancano tuttavia spiragli negoziali. Secondo quanto riferito dallo stesso Trump, Teheran avrebbe mostrato segnali di apertura: “I leader iraniani hanno chiamato ieri”, ha annunciato il Presidente, aggiungendo che: “ E’ in previsione un incontro”, pur avvertendo che gli Stati Uniti potrebbero agire prima che tale colloquio abbia luogo. Parallelamente alle mosse di Washington, dal fronte dell’opposizione in esilio giunge la proclamazione di una fase di rivolta nazionale. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia, ha per mezzo social diffuso il suo messaggio di mobilitazione volto al rovesciamento della Repubblica Islamica. “La libertà dell’Iran è vicina” ha sentenziato, lanciando poi un ultimatum alle forze di sicurezza e alla rete diplomatica: “È giunto il momento che in tutte le ambasciate e i consolati, al posto della bandiera della Repubblica Islamica, sventoli la bandiera nazionale iraniana”. Venti di guerra? Le basi per poterlo pensare ci sono tutte.

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