La Spezia oggi è il cuore di un inedito e tremendo dolore italiano. È morto Yousseff Abanoud, lo studente 19/enne dell’Istituto professionale Chiodo-Einaudi che è stato accoltellato stamane da un compagno di classe. Non c’è parola che riesce a uscire in questo momento dalla bocca. C’è solo lo sgomento nell’apprendere che nell’Italia del 2026 un ragazzo può morire a scuola perché trafitto dalla lama di un coetaneo.
Lo sgomento è per la giovanissima vita recisa da una coltellata. Lo sgomento è anche nell’apprendere che una scuola, nelle ore di lezione, può essere teatro di un’aggressione mortale. È duro, anzi atroce, provare a immedesimarsi nei genitori di quel ragazzo: saluti stamattina tuo figlio che va a scuola e poi non lo rivedi più. Ma non perché è finito sotto una macchina o perché si è messo nei guai con dei balordi, ma perché è stato accoltellato in classe da un coetaneo. In classe, cioè a scuola, vale a dire lo spazio dello Stato che dovrebbe garantire il massimo della sicurezza agli italiani più giovani. C’è da rimanere, per un po’, destabilizzati. O no?
Le poche informazioni per la cronaca che si possono ora fornire sono che la vittima è stata colpita da un compagno di classe di diciotto anni, che s’era portato un lungo coltello di cucina da casa, quindi con la premeditazione di uccidere, o quanto meno di ferire gravemente. Secondo quanto risulta al momento, la lite tra i due – probabilmente per motivi sentimentali – sarebbe iniziata poco prima, nei bagni dell’istituto. L’aggressione vera e propria si è consumata in aula, dove la vittima aveva cercato rifugio. Quindi Youssef, di origine egiziana, è stato inseguito da A.Z, pare di origine marocchina.
L’aggressore è stato poi disarmato da un professore e quindi circondato dai compagni, per essere infine portato via dalla polizia. La vittima, che aveva perso molto sangue, è stato condotto in ambulanza all’ospedale, per essere poi operato. Ma alla fine, stasera, non ce l’ha fatta.
L’Italia è sotto choc. Di questo terribile fattaccio si parlerà nei prossimi giorni e, come al solito, ci si dividerà tra “buonisti” e “forcaioli”, buttando sull’ideologia un dramma umano ed esistenziale, che turba le famiglie italiane in quanto tali. Molti si chiederanno: se la scuola non è più un luogo sicuro, in quale Italia stiamo vivendo?
Certo è il fatto che la violenza giovanile, spesso la più brutale e gratuita, perché scatenata dai soliti futili motivi (ma spesso anche senza motivi), è in preoccupante aumento, come testimonia anche il fatto che il decreto sicurezza varato in questi giorni dal governo è stato ribattezzato “decreto Maranza”. E ciò proprio per alludere all’emergenza microcriminalità.
Le leggi e le politiche di sicurezza possono certo fare molto. Ma non possono fare tutto. Molto passa anche dall’educazione che ricevono oggi i nostri ragazzi, dentro e fuori le mura domestiche. Sicuramente questa sera, in molte famiglie italiane, si discuterà, si rifletterà, ci si interrogherà. La soluzione non è a portata di mano. Ma il senso di preoccupazione deve essere sempre mantenuto vivo.



