Alice Rohrwacher e il futuro che nasce dal silenzio

lunedì, 19 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Il conferimento a Berlino dell’European Achievement in World Cinema agli European Film Awards diventa l’occasione per guardare da vicino il cinema di Alice Rohrwacher, una delle poche autrici italiane che negli ultimi quindici anni abbia saputo incarnare una transizione profonda: non solo estetica, ma simbolica e politica. Da Corpo celeste a Le meraviglie, da Lazzaro felice a La chimera, il suo cinema ha ricucito una frattura che sembrava insanabile tra mito e realtà, tra il sacro e il quotidiano, tra l’infanzia dello sguardo e la violenza del presente. Una linea che guarda a Pasolini, Olmi, Citti, ma che non indulge mai nella citazione: semmai, riattiva una memoria profonda, arcaica, restituendole urgenza contemporanea.

Il riconoscimento europeo arriva mentre Rohrwacher guarda deliberatamente altrove: non verso una consacrazione definitiva, ma verso una sottrazione radicale. Il suo prossimo progetto sarà un film muto. Non un omaggio nostalgico, né un esercizio di stile, ma — nelle sue parole — «un’altra possibilità narrativa». Tornare al muto non significa tornare indietro, bensì interrogare una direzione che il cinema ha abbandonato troppo in fretta. «Il cinema muto non è il passato del sonoro: è un mezzo espressivo completamente diverso». Un cinema che, negli anni Venti europei di Murnau e dei grandi sperimentatori, non aveva paura di osare, di rischiare, di fallire.

In un mondo saturo di immagini e di parole, la scelta del silenzio diventa un gesto politico. Rohrwacher lo dice con chiarezza: «Viviamo in un mondo martoriato dalle immagini, eppure continuiamo ad aver bisogno di un’immagine per decostruire quelle che ci circondano». Il film muto che sta preparando — ambientato nel presente, in bianco e nero, affidato alla musica e alla forza dei corpi — sarà «un film di sottrazione», un tentativo di approfondire davvero le immagini, liberandole dal superfluo. Accettando il rischio come condizione necessaria della vitalità: «È un atto di libertà. Più alto è il margine di disfatta, più alta può essere la riuscita».

Questo discorso sul rischio attraversa anche la sua riflessione sul cinema italiano. Per Rohrwacher, il problema non è tanto il rapporto con la contemporaneità quanto la perdita dello spazio dell’utopia. «Il cinema non ha una funzione descrittiva, ma evocativa», insiste. Non basta raccontare il mondo com’è: bisogna immaginare mondi possibili, sentimenti che ancora non conosciamo. In questo senso, il suo cinema “fiabesco” è tutt’altro che evasivo. La fiaba, per Rohrwacher, è una forma di verità tagliente, universale, profondamente politica. Una porta simbolica sul reale, non una fuga.

La sua attenzione al mistero — parola centrale nel suo lessico — non ha nulla di nebuloso. È un mistero concreto, inscritto nelle immagini, nei resti, negli archivi, nei reperti che popolano i suoi film. In La chimera, gli oggetti non sono mai muti: respirano di un “tempo profondo”, chiedono ascolto e giustizia. Girare in pellicola diventa allora un atto coerente, quasi etico: «Tenere traccia dell’impronta della luce sulla materia», restare fedeli a un gesto originario dell’immagine.

Anche il rapporto con le piattaforme e con la sala viene letto dalla regista senza nostalgie né entusiasmi ingenui. Le piattaforme hanno liberato il cinema dall’obbligo della trama, ma hanno introdotto un’illusione di controllo che impoverisce l’esperienza. La sala, al contrario, è un esercizio di abbandono: un luogo dove si perde il controllo e si ritrova la dimensione collettiva. Ridere insieme, affrontare insieme la fatica e il dramma: esperienze che non sono sostituibili dallo schermo domestico. Per questo Rohrwacher insiste sulla programmazione come atto culturale e sulla necessità di un’educazione dello sguardo, più che di una semplice alfabetizzazione cinematografica.

Il suo cinema, in fondo, chiede sempre la stessa cosa: rallentare, guardare meglio, accettare il vuoto perché è nel vuoto che qualcosa può risuonare, non fornire risposte, ma aprire varchi.

Il film muto che verrà non sarà dunque una parentesi, ma una conseguenza. Un ritorno alle origini che è, paradossalmente, un passo in avanti. In un cinema che spesso teme il silenzio, Alice Rohrwacher sceglie di attraversarlo. E di affidarsi, ancora una volta, alla forza primitiva e collettiva delle immagini.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.