Meno Stati Uniti, più Europa. Il baricentro della Nato si sta spostando. L’aveva ventilato Joe Biden allarmando le cancellerie del Vecchio Continente, Donald Trump l’ha messo nero su bianco ratificando la nuova riorganizzazione operativa del braccio armato dell’Alleanza atlantica. Era solo una questione di tempo. Il 10 febbraio sono stati ufficializzati i cambiamenti nella distribuzione delle responsabilità nelle strutture di comando con il ruolo più importante affidato agli Alleati europei. In particolare, in base alle decisioni assunte lo scorso 6 febbraio, il Regno Unito assumerà il comando del Joint Force Command di Norfolk, in Virginia, e l’Italia quello del JFC di Napoli, entrambi attualmente guidati dagli Stati Uniti, mentre Germania e Polonia si alterneranno nel comando della base olandese di Brunssum. Tutti e tre i comandi saranno guidati da alti ufficiali europei. Gli Stati Uniti assumeranno la responsabilità del Comando marittimo alleato e manterranno la leadership del Comando terrestre alleato e del Comando aereo alleato anche se il ridimensionamento del ruolo statunitense nella difesa europea è del tutto evidente. La prospettiva geopolitica della Casa Bianca è ora proiettata in estremo Oriente per contrastare l’influenza del gigante cinese.
Le decisioni assunte rappresentano un passaggio storico per la Nato, secondo il presidente del Comitato Militare della Nato, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che vede gli alleati europei svolgere un ruolo più importante nella leadership dell’Alleanza e che conferma il forte impegno degli Stati Uniti. «Credo che si tratti di una conseguenza del nuovo approccio strategico statunitense derivante dalla “National Security Strategy” di Trump e dalla conseguente “National Defence Strategy” del Pentagono – commenta il generale Marco Bertolini, ex comandante del Covi – con i due documenti, tra le altre cose, si definisce infatti la necessità da parte statunitense di potenziare e responsabilizzare gli alleati in un’ottica di “burden sharing”, cioè di ripartizione degli oneri non solo finanziari, da distinguere bene dal “power sharing” nel quale qualcuno potrebbe ingenuamente sperare. Gli Usa, insomma, vogliono continuare a mantenere il controllo delle aree ritenute vitali per i propri interessi, tirandosi però fuori dalle guerre infinite che hanno riservato sconfitte e delusioni, come nel caso del Vietnam e dell’Afghanistan. Per fare ciò – continua Bartolini – si avvarrebbero degli alleati nelle periferie extra continentali degli Usa, pur riservandosi la possibilità di interventi potenti e veloci a ragion veduta, come nel caso del Venezuela che vorrebbero utilizzare come modello. Sarà comunque un processo abbastanza lungo anche se il carattere volitivo di Trump e la necessità di arrivare a risultati concreti prima delle elezioni di metà mandato e soprattutto prima della fine del suo mandato, potrebbero portare ad accelerazioni impreviste».
L’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato, Matthew Whitaker, si è affrettato a respingere le conclusioni di un rapporto della Conferenza sulla sicurezza di Monaco che mette in guardia da una svolta pericolosa della politica estera Usa sotto l’amministrazione del presidente Donald Trump. Whitaker ha definito infondate le critiche, negando che Washington stia minando l’ordine internazionale. «Rifiuto completamente tutto ciò che ho appena sentito. Non vedo un mondo in distruzione”, ha detto il funzionario. Non stiamo cercando di distruggere nulla, ma di rendere il sistema sostenibile e funzionante». Whitaker ha ribadito l’impegno degli Stati Uniti per la sicurezza europea, sottolineando però che l’amministrazione Trump chiede agli alleati di assumersi maggiori responsabilità. «Non stiamo cercando di smantellare la Nato. Vogliamo renderla più forte e farla funzionare come era stata concepita: un’alleanza di 32 Paesi solidi e capaci».
Intanto c’è qualche giornale che, nell’ottica di un’accresciuta responsabilità militare dell’Italia, ha minimizzato sia la preparazione dell’esercito sia la sua capacità di risposta. «La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata recentemente fotografata mentre ispezionava un’operazione di sicurezza con paracadutisti d’élite e mezzi corazzati davanti alla stazione Termini e al Colosseo – scrive The Telegraph – una dimostrazione di presenza militare che, tuttavia, non rifletterebbe la capacità del Paese di affrontare un conflitto su larga scala in una fase in cui l’Europa è chiamata a rafforzare la propria difesa. Secondo una fonte Nato citata dal quotidiano, mentre nel Nord Europa prevale un approccio diretto, nel Sud del continente l’atteggiamento è “più sottile e più lento. Un’impostazione che si scontra con la realtà descritta dal ministro della Difesa Guido Crosetto – continua il quotidiano – che ha ammesso apertamente che l’Italia non è pronta a un attacco russo o a un attacco da parte di qualsiasi altra nazione, aggiungendo che venti anni non si recuperano in uno o due».



